Visualizzazione post con etichetta un racconto al giorno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta un racconto al giorno. Mostra tutti i post

martedì 16 luglio 2013

La vita giocatevela bene

Vorrei riprendere, in occasione dell'ormai prossima GMG; la tradizione del racconto al mese, pubblicando qui di seguito una riflessione di don Tonino Bello dedicata proprio ai giovani, da lui rivolte ai diplomandi dell'istituto superiore di Terlizzi (Ba). Questa può dare adito ad alcuni spunti di utile riflessione in preparazione all'evento di Rio:

"1- Le mie parole vengono dal cuore

Cari ragazzi, al termine di questo vostro “curriculum” scolastico, io vorrei dirvi qualche cosa che vi apra il cuore a una grande speranza.
Non voglio dirvi delle parole fatue, vuote, di semplice incoraggiamento, quasi un’arringa come fa il capitano che chiama i marinai sulla tolda della nave e dà un incoraggiamento, uno strattone. No… Vorrei dirvi una parola di fiducia, di speranza.

Ieri mattina sono stato fortemente colpito quando sono andato a trovare i bambini delle scuole materne. Stavano lì tutti intorno a me. Poi a un certo momento la maestra ha chiesto ai bambini:
“Chi è questo signore?” E i bambini …che ne sappiamo? …il.. il.. ve…vescovo. E chi è il vescovo? Una bambina di nome Sara, bellissima, ha detto: “È quello che fa suonare le campane!”…

Io penso che non ci sia definizione più bella di questa. Non quello che suona le campane, ridotto a rango di sacrestano…
Ma il vescovo “è quello che fa suonare le campane”, a me sembra che sia una stupenda definizione.
Il vescovo, il sacerdote, il credente è colui che fa suonare le campane a stormo, come a Pasqua, o nelle feste e sagre paesane delle vostre città. Quando suonano a stormo le campane nei giorni di festa che sembra davvero una feritoia che ti introduce nella Pasqua e al Sabato eterno. Il vescovo è quello che fa suonare le campane, cioè colui che introduce la gioia nel cuore della gente. Poi la bambina si è fatta più audace, è venuta vicino a me e ha detto: “Mi dai quella collana?”… Simpaticissima.

Ieri i bambini erano tutti quanti loquaci. Però ce n’era uno in disparte. Mi sono avvicinato e gli ho chiesto: “Tu, come ti chiami?”… Niente, non voleva rispondere. Ma, per farlo parlare, dissi: “Vedi qua? Cos’è questa? …la..la cro.. croce. E chi è stato messo sulla croce? Ge..Ge …Gesù, vedi, questo è Gesù”.
Allora il bambino finalmente ha aperto bocca: “Non mi sembra proprio!”… È bellissimo con i bambini…

2 -Dissetatevi alla fonte viva

Cari ragazzi, che state sperimentando la soglia dei 17/18 anni, quanto vorrei augurare a voi la trasparenza degli occhi di quei bambini che ho incontrato ieri e può essere mantenuta. Se voi portate avanti questo bisogno di felicità che voi avvertite nel vostro cuore, non andate ad appagarlo in cisterne screpolate, a fontane inquinate, a botti che hanno ormai il vino diventato aceto. Perché, vedete, una cosa accomuna tutti quanti: i credenti, e i non credenti, gli atei e i santi, le monache di clausura che si alzano nel cuore della notte in preghiera e coloro che nel cuore della notte fanno delle rapine a mano armata, oppure negli angiporti misteriosi consumano chissà quali delitti.
C’è una cosa che accomuna tutti quanti, il vescovo e voi, un adolescente e una donna anziana… è il bisogno profondo di felicità che abbiamo; perché tutti quanti abbiamo un bisogno incredibile di felicità e sperimentiamo anche che non c’è nulla capace di appagarci.
Sperimentiamo davvero, credenti e non credenti, quello che diceva Sant’Agostino, anche lui alla ricerca ansiosa di brandelli di felicità, che potessero riempirgli il cuore.
Nelle Confessioni scriveva così: “O Dio, tu ci hai fatto per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”! …Ma non la morte, no… finché non ti cerca e non ti trova, il nostro cuore è inquieto! Abbiamo una inquietudine profonda.

3 - Ci accomuna questo bisogno di felicità

Ce ne accorgiamo tutti quanti. Soltanto c’è chi appaga questo desiderio di felicità bevendo a fontane inquinate e c’è chi lo appaga bevendo a fontane più pure, più libere.
Chi si tuffa nell’alcool, nella droga, nel piacere, chi insegue sogni di grandezza, chi si lascia affascinare dal mito della bellezza, al punto che si dispera, ad esempio, per avere i capelli ricci anziché lisci, lunghi invece che corti, oppure per voler avere gli occhi celesti. C’è gente che si dispera per questo.
C’è gente che pensa di poter appagare il suo bisogno di felicità tuffandosi a capofitto anche in amori fluttuanti, che durano uno spazio di un’estate. D’estate si va al mare, un campeggio, un’amicizia… Ti rimane scolpita nel cuore una persona, un volto, un nome. Poi torni a casa, la sera stessa, una telefonata, poi, il giorno dopo una cartolina, dopo una settimana, un mese una mezza cartolina, poi finisce tutto e ti accorgi che vai alla ricerca di ben altro. Non ti appaga nulla.
Ecco perché dicevo quando sarete arrivati al quadro dei risultati del vostro esame (esami che saranno senz’altro positivi e pieni di gratificazione per voi), dopo 5 minuti, rimarrete già delusi.
Io mi ricordo quando mi sono laureato, inseguivo tanto quel giorno. Arrivarono anche i miei fratelli per essere presenti. Feci l’esame, andò molto bene. Poi andammo a pranzare in un ristorante. Dopo il pranzo, mi ricordavo il titolo di un romanzo di Fallado: “E ora…pover’uomo?”. Mi ricordo quando arrivai alla frutta. “…e adesso? ..è finito? Si è finito! È possibile, l’ho inseguito per tanto tempo… C’è qualcosa che scavalca gli appagamenti momentanei della tua vita.

4 – Coltivate i grandi sogni

Ma anche per ciò che riguarda il vostro amore, la vostra vita affettiva. Anche voi coltivate dei sogni bellissimi, voi ragazzi e ragazze, trovare un compagno o una compagna che dia pienezza alla vostra esistenza, che vi dia il gaudio, la gioia di vivere, su cui puntare, su cui giocarsi tutta l’esistenza. Si, è bellissimo. Coltivate queste cose. Coltivatele in trasparenza, in purezza interiore, perché non c’è nessuna esperienza al mondo più bella di quella che voi attualmente vivete alla vostra età, nel proiettare su di una creatura i sogni del vostro futuro. È bellissimo.
Coltivate questi sogni diurni, quelli che si fanno all’alba e si realizzano. Queste non sono utopie, ma sono utopie. Non sono il non luogo, ma il buon luogo, dove si sperimenta la felicità. Però ricordatevi che anche questa esperienza è contrassegnata dal limite, perché la ragazza che ti sta accanto nella vita può essere splendida, bellissima come la diva più luminosa di Hollywood degli schermi televisivi. Quel ragazzo che ti sta accanto può essere il più bravo, il più svelto degli atleti che vediamo ogni tanto ingombrare i nostri teleschermi. Può essere intelligente… ma dopo ne sperimenti il limite!
Grazie a Dio, meno male che tutti hanno un limite e qualche volta non c’è soddisfazione più grande, quando si leggono certi articoli su questo o quel altro personaggio, e ti accorgi che anche lui ha i suoi difetti. C’è il limite. Allora questo bisogno di felicità ce lo abbiamo tutti quanti. Alcuni lo appagano in questi modi a volte effimeri. Per esempio un modo per appagare questo desiderio di felicità è quello dei soldi.
C’è della gente che è presa, strangolata dalla smania di possedere, di accumulare, di avere. È incredibile. Quanta gente c’è che per il denaro si vende l’anima, si spappola la vita, si sgretola la felicità domestica, frantuma perfino quel focolare che ha costruito per inseguire il denaro, i soldi, il possesso.

5 - È vera felicità?

Non potrò mai dimenticare quando, qualche anno fa, andai negli Stati Uniti a trovare un amico molfettese. Era partito come calzolaio da Molfetta. Era diventato poi molto, molto ricco, un principe del dollaro. Una sera quando ho finito la funzione in chiesa per tutti i molfettesi che erano venuti alla celebrazione della Madonna dei martiri, aveva voluto invitarmi e aveva mandato una macchina lunga fino lì in fondo. C’era tutto in quella macchina, mancava soltanto la vasca da bagno. Mandò il suo autista personale, in una villa lussuosa con 2/3 piscine, una cosa da nababbo. E quest’uomo, a tavola, continuava a parlarmi delle sue ricchezze. Si vedeva la smania di chi era arrivato da una condizione molto povera, nel presentarsi come un uomo riuscito. Quando disse che aveva intenzione di mettere lo sterzo d’oro, io gli accennai che sulla terra ci sono moltissimi poveri. Lui mi guardò e io sorrisi alla ragazza, sua figlia, che capiva l’italiano e mi ricambiò con il sorriso e poi mi accorsi che era paralitica. Era l’unica sua figlia. Dicevo: “ma guarda, quest’uomo arrivato, ricchissimo, anche lui ha il buco nero di questa sofferenza”.

6 – E tu sei felice?

Ragazzi, che cosa voglio dirvi con questo discorso? Che la vita è dura, è difficile per tutti quanti. Però io posso indicarvi oggi una fontana a cui potersi abbeverare e trovare non la felicità piena, ma l’appagamento interiore.
Trovare soprattutto la forza per camminare, per andare avanti e trovare veramente gli estuari dove la felicità si trova, nel Regno di Dio, l’ascolto della Parola di Dio, del Vangelo. Io, lo so benissimo, devo rispettare la laicità della scuola.
Non sono venuto a farvi una catechesi oggi, però vi dico soltanto, se può servire a voi, l’esperienza che ho fatto io. Ma vorrei proporvi: “Tu sei felice? Tu che vai ad abbeverarti a questo bar, a questa fontana…?”
Ma i miei problemi il Signore non me li risolve, li devo risolvere io! …Però Lui mi dà il senso, l’orientamento ai miei problemi, al mio tormento, alle mie lacrime, al mio pianto, alla mia gioia, al mio camminare. Lui dà senso. Non sono spezzoni slegati. Non sono come i bulloni della mia macchina, quando mi sono fermato dal meccanico. E quello in 5 minuti ha ridotto il mio motore a pezzetini. Bulloni, viti… Ha sbullonato tutti gli ingranaggi.
Molte volte la nostra vita è fatta di cose sbullonate tra di loro, messe nella coppetta della ruota, come fa il meccanico, e noi non sappiamo più decifrare l’ingranaggio, l’avvitamento giusto e andiamo inseguendo gli spezzoni. Si, perché anche voi ragazzi, alla vostra età provate momenti di felicità e tu vorresti fermarli per sempre.
7 - Ma tutto passa.

Questa è l’angustia. Momenti di ebbrezza, di felicità ne abbiamo tutti. L’incontro con una persona, con un amico che ti fa un complimento, un sorriso, uno che accoglie una tua proposta, uno che risponde al tuo invito… ti dà felicità. Una notizia bella per te, per la tua famiglia… Ma è tutto fugace. E soprattutto ciò che stringe la tua felicità che la riduce a poco e il presentimento che tutto finisce, anche nelle feste più grandi.
Quando io andavo a casa a Natale mi trovavo con i miei fratelli, con mia madre a Pasqua, Pasquetta, era bello. Tutta la famiglia riunita, i giochi con i più piccoli. Ricordo che c’era sempre mia madre che a Natale, quando si arrivava alla frutta, al caffè diceva: “è passato!”
E poi diceva sempre: “Chissà se l’anno prossimo ci sarò”. Poi c’è stato un anno in cui non c’è stata più. Ma il presentire che finisce la gioia. Questo ti dà una tristezza. Anche per voi il presentire che finisce una stagione, finisce la bellezza fisica…
Sarete sempre belli e belle se, più che coltivare una ruga perchè rientri, curerete la lucerna, il fuoco che sta dentro di voi e si sprigiona attraverso i vostri occhi, come dice il vangelo: “Lucerna dell’anima è l’occhio”.
Attenti ragazzi, questo è vero. Se voi berrete dell’acqua che Gesù Cristo ci ha indicato, alla fontana che lui ci ha indicato, troverete il significato a tutti i vostri problemi. Non ve li risolve, ma troverete il significato. Saranno sbullonati i vostri problemi, ma avranno un orientamento. Provate per credere.
Il fatto è che qualche volta siete distanti da lui, avete reciso i contatti con il Signore, perché a volte vi sembra che sia un fatto da donne leggere il vangelo e prestar ascolto alla voce del Signore.

8 – Una splendida famiglia

Quest’estate mi hanno telefonato degli amici chiedendomi se potessi ospitare in casa mia, a Molfetta, una famiglia di cecoslovacchi, professori di università, che non avevano fatto mai carriera per non aver fatto professione di ateismo.
Hanno chiesto di venire a Molfetta. Io li ho accolti e sono stati un mese a casa mia. Molto discreti. Si parlava tra me e loro in latino. Vi dico solo questo episodio.
Il primo giorno (avevo dato loro le stanze e la cucina) hanno voluto invitarmi a pranzo e ci sono andato. Erano tutti intorno, marito, moglie e tre figli (18,20 e 22 anni), simpaticissimi. La mattina andavano al mare, tornavano a mezzogiorno.
Ci siamo messi intorno la tavola. Abbiamo fatto il segno di croce. Lui, il papà, non ha detto a me vescovo: dì tu una preghiera… “In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen… Pater noster…” Tutti. Poi un minuto di silenzio. Poi un canto a cinque voci, polifonico. Emergeva la voce della madre.
Poi ci siamo messi a mangiare. Io pensavo che avessero fatto questo perché c’ero io. No. Ogni giorno all’una e un quarto, puntuali. E quando sono partiti, dopo 2 o 3 settimane, pioveva come in questi giorni. Li ho aiutati a caricare la macchina. Sono sceso giù, mi hanno salutato.
Poi si sono insieme inginocchiati sul bagnato e volevano la mia benedizione. Io andavo in maniche di camicia. Li ho benedetti. Poi, in ginocchio, un altro canto d’addio, a 5 voci…
Fortissimi! Se certe cose le vedeste, io sono convinto che anche voi vi rendereste conto che non è acqua fatua, di poco conto… ma veramente acqua che disseta.

9 – Una missionaria indimenticabile

L’altro giorno ai vostri compagni più piccoli, ho parlato di una suora che ho incontrato questa estate quando sono andato in Africa (in Etiopia), al centro dell’Africa nera, selvaggia, là dove c’è un medico ogni 73mila abitanti e in un grande ospedale di circa 400 persone, istituito dal vescovo del posto, mantenuto con i piccoli risparmi. Unico medico:una suora giovanissima e splendida, anche fisicamente, una spagnola, di un sorriso stupendo, in jeans, vestiva un camice bianco, sembrava un angelo. E correva ad aiutare di qua, di là…
Ho raccontato l’altro giorno quello che mi capitò di vedere. Una ragazza, al suo primo parto. Le aveva salvato la vita. Dopo questa operazione sono venute dalla foresta delle donne gridando perché era successo non so che… Lei si è tolto il camice bianco, si è messa il casco, ha preso la moto e, via di corsa. Il vescovo piangeva nel vedere questa suora che aveva bruciato la sua vita per gli altri. Tant’è che dopo, altri, in attesa che ritornasse dicevano: ma come fa questa, a vivere? Poi ha detto a me: vedi, mandaci qualche aiuto. Il giorno stesso, tornati ad Amassan, in centro diocesi, ricordo di aver scritto a don Riccardo Ruotolo, presidente dell’ospedale di Padre Pio, all’altro presidente dell’ospedale cattolico di Acquaviva e alla superiora dell’ospedale di Tricase, descrivendo la situazione. Lì dove ci sono centinaia di medici, che quando c’è un concorso per 2 posti, ne arrivano…

10 – Si chiamava “Isabel”
Mi sono dimenticato quel giorno di portare in macchina un pacco di medicinali che mi avevano dato a Bari. Il vescovo disse: non importa, ritornerai domani. Come domani? 700 chilometri all’andata e 700 al ritorno… Ti manderò col mio autista, disse.
Il giorno dopo sono ritornato. Sono arrivato lì in ospedale verso l’una. L’ospedale era schiacciato da un sole equatoriale, un caldo da morire, non si muoveva anima viva. E ho detto: vorrei parlare con suor Isabel. E chi la trova? Non c’è nessuno, solo gli ammalati, e le mosche, e fuori le donne, cioè le mogli di questi che preparavano il pasto, perché non è che l’ospedale dà il pasto. Abbrustolivano un po’ di mais. E’ venuta una bambina piccola. Aveva degli occhi grandi e belli come tutti i bambini etiopi, tanto che il vescovo diceva: quando tu vuoi sapere quanta gente c’è in assemblea, conta il numero degli occhi, poi dividi per 2 e sai quante persone ci sono. Sono tutt’occhi.
È venuta, mi ha preso per mano, mi ha condotto fuori dall’ospedale. C’era una capannetta con sopra una croce, era una chiesa. Ho spinto l’uscio di canne, sono entrato.
Un piccolo tabernacolo, una lampada. Si inginocchiava davanti, nel silenzio più assoluto del meriggio, questa creatura eccezionale, che io non ero mai riuscito a trovare in Europa con una tale forza d’urto. L’ho vista lì nel cuore dell’Africa e mi sono reso conto della fontana da cui questa donna attingeva la vitalità, l’esuberanza. Non la bigotteria, ma la speranza e anche la capacità professionale.

11 – La vita è vostra

Ragazzi miei, questo vorrei dirvi: “La vita, giocatevela bene!” Non tanto perché la si vive una volta sola e la gioventù passa in fretta, ma giocatevela bene perché qualche volta correte il rischio che in questa vostra smania di libertà, di grandezza, di orizzonti larghi, invece che raggiungere gli orizzonti larghi, vi incastonate nei blocchi…
Non so se voi avete letto un libro, ora non mi ricordo il titolo… Io sono andato a vederla quella piazza, piazza della Concordia a Parigi. Al centro c’è un obelisco molto alto e circondato da una grande inferriata.
In questo libro si descrive un ubriaco che, di notte giunge barcollando da una strada che sbocca in questa piazza.
Questo ubriaco, che va ciondolando lungo la strada e poi finalmente arriva all’inferriata di questo recinto. Si aggrappa e gira più volte perché tenta di salire. Vuole evadere, alla ricerca della libertà.
Poi si alza, si accascia una, due, tre volte ma è così preso dall’alcool che non sta in piedi, fino a quando spunta l’aurora e lui finalmente, i fumi del vino se ne sono andati, l’ubriacatura è passata, sfinito, scivola e crolla sulle inferriate e si accorge, mentre i primi raggi del sole illuminano la piazza, che quello è un recinto e non lo spazio della libertà. Non avrebbe operato un evasione, ma si sarebbe incastrato nel recinto della prigione.
Qualche volta, ragazzi, noi corriamo questo rischio: andiamo alla ricerca di obbiettivi che pensiamo ci debbano liberare, ma invece ci danno proprio la prigione. Attenti. Perciò ho detto: vivetela bene la vostra vita, perché vi capita di viverla una volta sola. Non bruciatela. È splendido. Soprattutto se voi la vostra vita la mettete a servizio degli altri.

12 – Non ho scampoli, da vendere

Non è la conclusione moraleggiante di un vescovo di passaggio che viene a rifilarvi degli scampoli di omelia perché non è riuscito a riciclarli in chiesa. Allora le fettuccine che gli sono rimaste viene a darle qui al magistrale, a quelli dell’ultimo anno. No, no. Lo sto dicendo davvero. Questo fatto umano che vi dà una grande voglia di vivere. Io sono convinto, ragazzi, poi voglio chiudere per dare a voi la parola (oh, non chiedetemi la collana!…)
Sono convinto che se voi, la vostra vita la spendete per gli altri, non la perderete… Perderete il sonno, ma non la vita. La vita è diversa dal sonno.
Perderete il denaro, ma non la vita. La vita è diversa dal denaro.
Perderete la quiete ma non la vita. La vita travalica la quiete, soprattutto la quiete sonnolenta, ruminante del gregge.
Perderete tantissime cose… Perderete la salute ma non la vita.
13 – Un cuore che vi faccia male

Abbiamo sentito una canzone qualche sera fa, nella cattedrale di Terlizzi per un incontro dei giovani.
Facemmo mettere una canzone di Zucchero che diceva pressa poco: ..voglio amare fino a che il cuore mi faccia male…
Perché se avrete questa apertura, lo dico a tutti, al di là di ogni esperienza religiosa, anche se c’è qualcuno (a) molto lontano.
Sono convinto che è una cosa che tocca anche loro, starei per dire, soprattutto loro.
Vi auguro che possiate veramente amare la vita, amare la gente, la storia, la geografia, cioè la terra, a tal punto che il cuore vi faccia male e ogni volta che vedrete, non soltanto queste ignominie che si compiono, queste oppressioni crudeli, queste nuove Iroscime e Nagasaki e questi nuovi campi di Mattausen e di sterminio.
Lo vedrete fra 5/6 anni come i momenti che stiamo vivendo in questi anni passeranno nella storia con una gravità forse più grande di quella degli episodi di Iroscima o dei campi di sterminio.
Quello che sta capitando oggi, nel silenzio generale di tutti: i Curdi massacrati come gli Irakeni massacrati, con le guerre che hanno mietuto Irakeni, Americani… ma che ci importa delle bandiere. Quando muore un uomo è sempre una tristezza incredibile. Io penso che quando voi sentite queste cose, dovreste sentire il cuore che vi fa male.
Ma noi il cuore ce lo sentiamo triste soltanto quando vediamo le cose epidermiche. Perché vedere che la moglie di un marinaio, che ieri è morto nell’ incidente di Livorno, che piange e che viene ripresa dalle zoommate impietose delle TV, anche a te il cuore fa male, ma dopo passa, perché la televisione ci sta abituando a girar subito pagina.
Però il grido violento che si sta sprigionando dalla terra, soprattutto dalle turbe dei poveri, quello deve risuonare continuamente dentro di noi.
Vi auguro che il cuore vi faccia male, come dovrebbe far male anche quando vedete lo sterminio della natura. Sentiremo fra poco che cosa significa la fiumana di greggio che si è sprigionata nel golfo persico.
Sentiremo, purtroppo (notizia di questa mattina) della fiumana di greggio disperso nel golfo di Genova. Non so se sono 80 o più quintali di greggio nel mare.
Ma vorrei dire, ragazzi, di fronte a queste cose voi dite: che cosa possiamo fare? Ma io credo che nel piccolo qualcosa potreste fare. Il rispetto, il rispetto dei volti, il rispetto delle persone, la bellezza, la cura della bellezza, che non è qualcosa di effimero. Sapete che Dio è la bellezza. È la bellezza che salverà il mondo.
Coltivate la bellezza del vostro volto, anche quando avrete 80 anni. La bellezza del vostro corpo, del vostro vestire, cioè l’eleganza, non fatta di abiti firmati. No, non quella.
L’eleganza, la semplicità, la bellezza del vostro sguardo. Non potete immaginare quanta luce dà a chi è triste, un sorriso. Non sono un romantico, no.
Non potete immaginare quanta voglia di vivere produce una sguardo generoso che voi darete a una persona che è triste, a un passante. Qualche volta tu ti accorgi che , per aver fermato la macchina, magari perché un passante, un ragazzo possa attraversare la strada, ti vedi ricambiato da un sorriso. È una cosa splendida.
Non c’è ricchezza al mondo, non c’è denaro che ti ripaghi. Queste cose, voglio dire, il rispetto del volto, dell’altro, dei luoghi, la scoperta di Dio, anche voi ragazzi che probabilmente siete molto scettici, nelle cose belle che lui ci dà e la natura. L’intuire la presenza di questo Essere più grande di noi, che fa i miracoli ogni giorno e noi non li sappiamo cogliere.

14 - L’albero di ulivo e il taglialegna

Il poeta romano, Trilussa, adesso sta entrando anche nella antologia di letteratura italiana, poiché fino a qualche anno fa veniva snobbato, oggi la critica gli dà un posto di prima grandezza. Tra tutti i suoi versi vi voglio ricordare questo, ora non ricordo bene il titolo. È un dialogo tra un albero di ulivo e il taglialegna che sta per tagliare l’albero.
L’albero dice: “ma perché mi strappi dalla mia terra? Che vuoi? Mi fai trasformare in una scrivania come quel faggio?”. Risponde: “Ma no, che dici? Tra poco tu diventerai statua di un santo. Ti metteranno sull’altare, ti porteranno in processione. Sarai santo. Potrai fare tutti i miracoli che vuoi.”. Ma l’albero rispose: macchè. Così sono i versi:
“L’albero disse: ti ringrazio tanto, ma il carico di ulive
che ho addosso, non ti pare un miracolo più grosso
di tutti quelli che farei da santo?
Tu stai sciupando tante cose belle, in nome della fede.
Ti inginocchi se vedi che un pupazzo muove gli occhi
e non ti curi di guardare le stelle.
Mentre gli diceva queste parole si intravvide una luce
d’improvviso, un raggio d’oro
e Dio dal paradiso benediceva l’albero,
con il sole”.
Bellissimo.
Ragazzi, vorrei dirvi questa scoperta della santità delle cose, non della sacralità, perché voi siete molto consumatori di sacralità, ma poco protagonisti di santità.
La santità la possono raggiungere anche i laici.
Vedete, quando vi dico che Gesù vi dia tanta voglia di vivere, vi voglio dire anche che Gesù vi dia tanta voglia di scoprire la santità delle cose, del mare, la bellezza della terra, dei vostri giardini, dei prati, delle pareti della scuola, starei per dire, delle pareti dei bagni di tutte le Agip che incontrerete quando farete la gita scolastica sull’autostrada… Non la farete?.. Va bene!
Ma mi capite? E ora, siccome passa il tempo, mi fermo davvero. Vorrei che sull’onda di queste suggestioni molto fugaci, poiché sono più le cose che si tralasciano di quelle che si dicono quando si parla, ci fosse ora il vostro intervento.
NB. Seguono le domande con relative risposte…
Trascrivo qui soltanto le parole finali, della conclusione.
15 – La vita e la valigia

“…Tanta gente è triste perché non attende niente nella vita. Ma voi cercate di dare agli altri senza calcolo, senza pensare manco se va a buon porto quello che voi avrete dato. E soltanto quando avrete dato, vi accorgerete di avere una vita ricchissima. La vita vuota non è quando si svuotano i vostri beni materiali, ma quando si svuota di ideali, ed è pesante allora. Perché la vita non è come la valigia. Una valigia quanto più è piena, tanto più è pesante. Ma la vita quanto più è vuota, tanto più diventa pesante. Io vi auguro che possa essere leggerissima la vostra vita proprio perché sovraccarica di questa solidarietà che dà sapore a tutti i vostri giorni. Rimanete sempre giovani di vent’anni, anche quando si incurveranno le vostre spalle per il peso della vita”."

domenica 10 marzo 2013

La cocorita Francesca

Interrompo i post dedicati al conclave prossimo imminente per un momento, dedicandomi al nostro consueto appuntamento del racconto mensile. Questa volta si tratta di una favola, di Bruno Ferrero, tratta da Storie Bellebuone e intitolata "La cocorita Francesca", che dedico ai lettori più giovani. Buona lettura:


"In una giungla piena di suoni e di colori, viveva una cocorita che aveva il carattere festoso e vivace come le sue piume azzurre, verdi, oro e arancione. Si divertiva a svolazzare nell’intrico dei rami, giocava a nascondino con altri pappagallini colorati e con i bengalini candidi. Si chiamava Francesca e ovunque arrivava riusciva a comunicare la sua intensa gioia di vivere. Perfino le scimmie, che non sopportavano cocorite e pappagallini, facevano eccezione per la cocorita Francesca.
     Era un uccellino felice, grato di essere vivo e di avere avuto in dono un paio di ali per volare e un bellissimo vestito di piume morbido e screziato.
     Ogni mattina, appena il sole irrompeva attraverso lo spesso fogliame, si levava il suo grido: “E’ una bellissima giornata! Forza fratelli, non fate i pigroni, spalancate le ali: il cielo è tutto nostro! “. E incominciava a tracciare arabeschi nell’aria, come un fiore multicolore portato dal vento.
     Ma, un brutto giorno, il cielo sulla foresta si fece improvvisamente nero e minaccioso come una palude senza sole. Un silenzio pesante, pieno di paura, attanagliò le creature della giungla. Le cocorite si strinsero tremanti le une alle altre, a formare una nube tremante. Un vento violento afferrò le chiome degli alberi più alti e cominciò a scuoterli come se volessse sradicarli, rovesciando nidi e piccoli pappagallini che non sapevano ancora volare. Poi cominciò la sarabanda dei tuoni e dei fulmini. Staffilate di fuoco sibilavano dal cielo e colpivano senza pietà i vecchi tronchi, finchè improvvisa si levò una fiamma e u albero centenario prese fuoco, urlando il suo dolore, con i rami nodosi levati verso il cielo come un’ultima disperata invocazione di aiuto.
     “Il fuoco! Si salvi chi può!”, tutte le lingue animali della foresta gridarono all’unisono il loro terrore.
Migliaia di animaletti cominciarono a fuggire, ma il fumo acre e impenetrabile toglieva loro il respiro, faceva bruciare gli occhi e impediva crudelmente di vedere le vie di scampo. La cocorita Francesca volava affannata, cercando di guidare i più piccoli e i più spaventati: “Di qua! Correte di qua! Il fiume è da questa parte!”. Molti animale, sentendo il suo grido, si affrettarono a fuggire verso il corso d’acqua, altri invece finivano intrappolati dal fuoco e dal fumo. Francesca, invece di mettersi in salvo, come tutti gli uccelli, continuava a sorvolare i più sfortunati, cecando un modo per aiutarli. La disperazione le suggerì un’idea.
     Volò sino al fiume che scorreva ai margini della foresta e lì si immerse nelle acque scure. Poi riemerse con il corpicino intriso d’acqua e volò sull’inferno di fiamme, scrollando e scuotendo le piume per liberare le gocce d’acqua e farle piovere sulle fiamme. Incurante del pericolo, sfiorando coraggisamente le fiamme, tornò indietro e si immerse di nuovo nel fiume. Poi, via!, a scagliare il suo carico prezioso sul fuoco che continuava a ruggire. Piccole gemme piovevano sul rogo. Una cosa insignificante, am la cocorita coraggiosa e testarda ripetè più e più volte il suuo viaggio tra il fiume e le fiamme.
     Le sue belle piume erano tutte bruciacchiate e il suo colore era quello della cenere, non riusciva più a tenere aperti gli occhi, ma non le importava. “Che altro pposso fare!”, si ripeteva. “Solo volare, ed io volerò fino allo stremo delle forze pur di salvare una sola vita”.
     Due occhi acuti, ma vagamente annoiati osservavano tutto dall’alto. Un gigantesco avvoltoio veleggiava, godendosi lo spettacolo della giungla in fiamme. Scorse la cocorita impegnata nella sua lotta contro il fuoco e sghignazzò: “che stupida bestia. Come può pensare di domare il fuoco con quattro gocce d’acqua? Chi ha mai visto una cosa del genere?”. Il coraggio dell’uccellino però lo aveva commosso un po’ e scese in picchiata verso la foresta in fiamme. La cocorita stava ancora sfidando il fuoco quando vide apparire al suo fianco l’enorme avvoltoio dagli occhi gialli.
     “Vattene, uccellino, il tuo compito è senza speranza!”, gracchiò imperioso l’avvoltoio. “Cosa possono fare poche gocce d’acqua contro questo inferno? Vola lontano prima che sia troppo tardi”.
     “Non posso. Devo fare qualcosa, devo tentare!”, rispose la cocorita.
     “Guarda in che stato sei”, conntinuò l’avvoltoio. “Fra un po’ finirai in una fiammata, mi sembri un tizzone affumicato”.
     “Riesco ancora a volare…Qualcosa farò”.
     “Ma che ti importa di loro? Non hanno mai fatto niente per te”.
     “Sono miei amici: li voglio salvare”.
     La cocorita, stremata e ferita non ascoltava più. Ostinata, continuava a fare la spola tra l’acqua e il fuoco. L’avvoltoio, prima di sparire oltre le colonne di fumo, gridò:”Basta! Fermati stupida piccola cocorita! Salva te stessa!”. Francesca era irremovibile. “Ci mancava anche l’avvoltoio con i suoi consigli”, brontolava. “Consigli! Anche la nonna e tutti i miei parenti mi direbbero le stesse cose. Non ho bisogno di consigli, ma di qualcuno che mi aiuti!”. Proprio in quel momento, un gran frullare di ali riempì il cielo. Una nube colorata, gialla, verde, blu, rossa e bianca si affiancò alla piccola cocorita.
     Migliaia e migliaia di cocorite, pappagallini, bengalini, tucani, uccelli piccoli e grandi, si immergevano nell’acqua e andavano a scrollare le piume sul fuoco. Le fiamme erano violente, ma gli uccelli erano milioni e arrivavano a ondate successive, senza smettere mai. Come stupito, il fuoco si arrestò. E cominciò lentamente a sfrigolare e illanguidire. La cocorita Francesca, insieme alle poche gocce d’acqua che aveva raccolto, scagliò sulle fiamme anche le sue lacrime. Ma erano lacrime di gioia. “Grazie”, mormorò e cadde a terra, senza più un filo di forza.
     Quando si risvegliò il temporale era scoppiato e l’acqua del cielo stava completando l’opera iniziata dalla coraggiosa cocorita. “Urrà per Francesca!”, gridarono gli abitanti della foresta, che le stavano tutti intorno. La piccola cocorita aprì gli occhi e disse: “E’ una bellissima giornata!”."

domenica 10 febbraio 2013

Peppone marca visita

Questo mese vorrei donarvi un racconto di Guareschi, intitolato "Peppone marca visita", tratto da "L'annodi Don Camillo" all'interno del quale si possono trovare delle riflessioni interessanti quanto attuali...
Buona lettura:


«Questa non è un'ora da cristiani» disse don Camillo quando si trovò davanti la moglie di Peppone.
«Credevo che i preti e i medici non avessero orario d'ufficio» replicò la donna.
«Parla, ma senza sederti» borbottò don Camillo. «Così fai più presto ad andartene. Cosa vuoi?»
«È per la casa nuova. Dovreste benedirla.»
Don Camillo strinse i pugni.
«Hai sbagliato sportello» esclamò con voce dura. «Buona notte.»
La donna si strinse nelle spalle:
«Reverendo, acqua passata. Era pieno di guai».
Don Camillo scosse il capo. La cosa era stata troppo grossa per poterla dimenticare anche se erano trascorsi già sei mesi.
Peppone aveva fatto il colpo di testa: aveva chiuso la vecchia officina scalcagnata e, impegnandosi fino agli occhi,aveva tirato su una casa nuova al margine del paese, a lato della strada maestra. Un bel fabbricato con officina attrezzata come quelle di città e, al primo piano, l'abitazione.
Era riuscito a procurarsi la concessione di un distributore di benzina e questo doveva facilitargli il lavoro col traffico della strada grande, quella che passava sull'argine e tagliava fuori completamente il paese.
Don Camillo, si capisce, non aveva potuto resistere alla tentazione e, una bella mattina, aveva messo il naso dentro la nuova officina. Peppone stava cercando di capire qualcosa in un maledetto motore d'automobile e non aveva una gran voglia di chiacchierare.
«Bello» disse don Camillo guardandosi attorno.
«Lo so» rispose Peppone.
«L'abitazione al primo piano, il cortile, il distributore:c'è proprio tutto» continuò don Camillo. «Manca solo una cosa.»
«E cos'è che mancherebbe?»
Don Camillo allargò le braccia:
«Un tempo, quando si inaugurava una nuova casa, c'era l'usanza di chiamare il prete per benedirla…».
Peppone si drizzò e, con la mano, si tirò via il sudore della fronte:
«L'acqua santa dei giorni nostri è questa!» affermò aggressivo. «Benedetta dal lavoro e non dal prete.»
Don Camillo se ne era andato senza fiatare e la cosa gli aveva fatto un'impressione enorme perché aveva sentito nelle parole di Peppone qualcosa che non aveva sentito mai. E,adesso, la moglie di Peppone, venendo a parlargli di benedirle la casa, gli aveva fatto riprovare il disgusto di quel giorno lontano.
«No» rispose don Camillo alla donna.
Ma la moglie di Peppone non si scoraggiò: 
«Dovete venire; nella casa non abita soltanto mio marito: ci abito io, ci abitano i miei figli. Che colpa ne abbiamo noi se Peppone vi ha trattato male? Se Cristo avesse…».
«Cristo non c'entra!» la interruppe don Camillo.
«Invece mi pare di sì» replicò convinta la donna.
E così don Camillo, dopo aver girato un bel pezzo in sue in giù per la stanza, rispose:
«Va bene. Verrò domani».
La donna scosse il capo:
«Non domani. Dovete venire subito, intanto che mio marito è fuori: non voglio che lo sappia lui e che la gente veda».
Allora don Camillo scoppiò.
«Ecco, io mi metto a fare il prete clandestino: magari mi travesto da guardiacaccia per andare a benedire una casa. Come se si trattasse di un atto disonesto, di una porcheria da nascondere. Tu bestemmi peggio di quel disgraziato di tuo marito.»
«Don Camillo, cercate di capirmi: se la gente vi vedesse malignerebbe che noi, adesso, ci facciamo benedire la casa perché siamo nei guai.»
«Già, la gente malignerebbe che siete nei guai… Mentre se tu vuoi farmi benedire la casa nuova la ragione è completamente diversa… E quale?»
«Che siamo nei guai» spiegò la donna. «Da quando ci troviamo nell'officina nuova non ce ne va più nessuna per il diritto.»
«Capisco: e allora, non sapendo più dove sbattere la testa, tu pensi a Dio.»
«Certo, mica posso pensare al farmacista.»
«Se, invece, tutto avesse funzionato bene non ti saresti mai sognata di venirmi a chiedere la benedizione della casa.»
«Certo: quando le cose vanno bene ci si arrangia da soli e il Padreterno non serve.»
Don Camillo cavò un grosso bastone dalla fascina che stava appoggiata al muro, a fianco del caminetto:
«Se fra due secondi non sei, almeno almeno, in piazza,te lo rompo sulla testa».
La donna uscì senza parlare. Però rimise dentro la testa.
«Me ne vado non perché mi faccia paura il vostro bastone, ma perché mi fa paura la vostra cattiveria.»
Don Camillo buttò il bastone sul fuoco e lo guardò incendiarsi e ardere. Poi, a un tratto, si buttò il tabarro sulle spalle e uscì.
Camminò nel buio della notte e, arrivato alla porta della casa nuova di Peppone, bussò.
Gli aprirono la porta subito:
«Sapevo che sareste venuto» disse la moglie di Peppone. «Vi aspettavo.»
Don Camillo trasse di tasca il Breviario ma non fece a tempo ad aprirlo: Peppone entrò infatti come un turbine nell'andito.
«Reverendo, cosa fate qui a quest'ora?»Don Camillo non seppe cosa rispondere e, allora, intervenne la donna:
«Sono andata a chiamarlo io perché benedica la casa».
Peppone si volse cupo alla moglie:
«Con te faremo i conti dopo. In quanto a voi, reverendo, potete andarvene: non ho bisogno né di voi né del vostro Dio!».
A don Camillo parve di udire stavolta una voce addirittura completamente sconosciuta. E in verità Peppone non era più quello di prima.
Peppone aveva fatto il passo più lungo della gamba: si era buttato a capofitto nella sua avventura impegnando tutto quello che possedeva e anche quello che non possedeva.Adesso non ce la faceva più: aveva l'acqua alla gola e non trovava più la forza di rimettersi a galla. E quella sera si era arreso e, per la prima volta in vita sua, aveva marcato visita.

*

Quando don Camillo fu uscito Peppone riversò la sua ira sulla moglie:
«Anche tu mi tradisci!».
«Non ti tradisco: questa è una casa maledetta e ho cercato di rompere il cerchio della maledizione. Non ho fattoniente di male.»
Peppone entrò nella grande cucina e si sedette alla tavola.
«Benedire!» gridò. «Non capisci che egli non viene qui per benedire ma per spiare? Per vedere come vanno le cose.Per poter trovare qualche prova della situazione schifosa nella quale ci troviamo. Se fosse riuscito a entrare in officina si sarebbe accorto che il tornio nuovo non c'è più…»
La moglie gli si appressò:
«Com'è andata?».
«Tutto bene: adesso il tornio è già sistemato. Non se ne è accorto nessuno che l'ho portato via.»
La donna sospirò.
«Se ne accorgeranno domani. Il primo che entrerà in officina scoprirà che il tornio non c'è più.»
«Non scopriranno niente» spiegò Peppone. «Coi soldi che ho ricavato dal tornio ho tacitato i due creditori più pericolosi, e domani non aprirò bottega. Mi sono messo a posto anche di lì.»
La donna lo guardò sbalordita.
«Ho fatto adunare d'urgenza il Consiglio comunale e ho spiegato che sono malato e mi occorre un lungo periodo di riposo. Rimarrò chiuso in casa e non mi farò più vedere.»
«Questo non servirà a niente» replicò la donna. «Le cambiali scadono lo stesso anche se tu stai chiuso in casa.»
«Le cambiali vanno in scadenza fra un mese, il tornio se ne è andato oggi e bisogna tamponare subito il buco del tornio. Non devono sapere niente in paese. C'è un sacco di maledetti che sarebbero troppo contenti di sapermi nei guai.»
Peppone si fece portare un largo foglio di carta e col pennellino scrisse a stampatello: «Chiuso per malattia del  proprietario».
«Vallo a incollare subito sulla saracinesca dell'officina» disse alla moglie porgendole il foglio.
La donna trovò il boccette della colla e si avviò, ma Peppone la richiamò subito.
«Così non può andare» si rammaricò «"Proprietario' è un'espressione troppo borghése.»
Cercò affannosamente qualcosa di meno reazionario poi dovette accontentarsi di un quanto mai generico: «Chiuso per malattia».
E, in verità, era malata tutta l'azienda, non soltanto Peppone.

*

Peppone non mise più il naso fuori di casa e la moglie continuava a spiegare a tutti che Peppone aveva l'esaurimento e bisognava lasciarlo tranquillo fin che non si fosse rimesso. E così passarono dieci giorni, ma l'undecimo portò una brutta novità; sul giornale degli agrari, nella pagina della provincia, c'era un trafiletto che riguardava il paese:
«Concittadini che si fanno onore. Siamo lieti di comunicare che la popolarità del nostro sindaco Giuseppe Bottazzi diventa sempre più grande: l'odierno bollettino dei protesti cambiari reca infatti per ben tre volle il nome del compagno Giuseppe Bottazzi. Molte felicitazioni per la meritata affermazione».
A Peppone venne la febbre sul serio e si buttò a letto dicendo alla moglie che, qualsiasi cosa accadesse, non gli parlasse di niente:
«Non voglio vedere lettere, non voglio leggere giornali. Lasciami dormire».
Ma, tre giorni dopo, la moglie entrò singhiozzando nella stanza e lo svegliò:
«Bisogna che te lo dica» gemette. «Sono venuti a pignorare tutte le macchine nuove dell'officina.»
Peppone buttò la testa sotto il cuscino, ma oramai le sue orecchie avevano udito.
Sudò tutto quello che era umanamente possibile sudare. Poi ebbe una improvvisa decisione e balzò giù dal letto.
«Non c'è che un rimedio» esclamò. «Me ne vado.»
La moglie cercò di ricondurlo alla ragione:
«Lascia perdere ogni cosa. Sequestrino, vendano tutto.Roba maledetta. Ci restano sempre la vecchia casa e la vecchia officina. Ricominciamo da capo.»
«No!» urlò sgomento Peppone. «Non posso ritornare alla vecchia officina e alla vecchia casa. Non posso. È una umiliazione spaventosa. Bisogna che me ne vada. Dirai che ho dovuto andarmi a curare in montagna: intanto io cercherò di rimediare le cose. Qui non posso pensare. Non ho nessuno col quale consigliarmi. Non tronco niente qui: lascio tutto in sospeso… Se le cose vanno male diranno che è a causa della mia malattia… Non è possibile ritornare indietro, dare una soddisfazione così grossa a tutti i maledetti che ce l'hanno con me.»
La donna non insistette:
«Fai tu».
«Mi resta il mio camion» spiegò Peppone. «Mi servirà. Non so dove finirò ma avrai mie notizie. Non dire niente a nessuno, neppure se ti scannano.»
Alle due di notte Peppone mise in moto il camion e par-tì; nessuno lo vide, ma, a quell'ora, in paese c'era ancora gente che continuava a parlare di lui: 
«Gli sono saltati addosso come maledetti approfittando che è malato» dicevano gli uni.
«La malattia è una scusa per coprire le magagne» dicevano gli altri di parte avversa.
«È una vigliaccata.»
«Gli sta bene.»
«L'importante è che guarisca e torni al suo posto in Comune.»
«Se ha un minimo di faccia dovrà dare le dimissioni da sindaco!»
Cento e cento bocche parlavano ancora di Peppone e Peppone, sul suo vecchio camion, fuggiva inseguito dal terribile complesso del borghese che nei paesi miete vittime in tutti i ceti, anche in quello proletario.

*

Passarono dei giorni e, dopo la notizia del pignoramento, arrivò in paese il bando della vendita all'asta delle nuove macchine di Peppone
.«Gesù» disse don Camillo al Cristo mostrandogli il comunicato sul giornale «come vedete, un Dio c'è!»
«Dillo a me» rispose sorridendo il Cristo.
Don Camillo abbassò confuso il capo:
«Perdonate la mia balordaggine» mormorò.
«La balordaggine causata dalla tua lingua maldestra, don Camillo, è perdonabile. Non l'altra, quella che scaturisce dal tuo intimo convincimento. Dio non si occupa di sequestri e di vendite all'asta. Quello che sta accadendo a Peppone è indipendente dalle sue colpe. Come non dipende da nessun merito nascosto se uomini disonesti hanno fortuna negli affari.»
«Gesù, egli ha bestemmiato il Vostro nome ed è giusto che abbia una punizione. Tutta la brava gente del paese è convinta che questi guai gli siano accaduti perché ha respintola benedizione della casa.»
Il Cristo sospirò:
«E cosa direbbe tutta la brava gente del paese se, invece, gli affari di Peppone fossero andati bene? Che ciò è accaduto perché ha rifiutato la benedizione della casa?».
Don Camillo allargò le braccia:«Gesù:
relata refero… La gente…».
«La gente? Cosa significa "la gente"? In Paradiso la gente non entrerà mai perché Dio giudica ciascuno secondo i suoi meriti e le sue colpe e non esistono meriti o colpe di massa. Non esistono i peccati di comitiva, ma solo quelli personali. Non esistono anime collettive. Ognuno nasce e muore per conto proprio e Dio considera gli uomini uno per uno e non gregge per gregge. Guai a chi rinuncia alla sua coscienza personale per partecipare a una coscienza e a una responsabilità collettiva.»
Don Camillo abbassò il capo:
«Gesù, l'opinione pubblica ha un valore…».
«Lo so: fu l'opinione pubblica a inchiodarmi sulla croce.»

*

Venne il giorno della vendita all'asta e piombarono come falchi in paese gli avvoltoi della città: erano organizzati perfettamente e, con quattro soldi, si divisero le spoglie di Peppone. Don Camillo, che, anche lui, era andato ad assistere al grande spettacolo, tornò piuttosto cupo.
«Cosa dice la gente, don Camillo?» gli domandò il Cristo. «È contenta?»
«No» rispose don Camillo. «Trovano brutto che si rovini così un poveretto approfittando del fatto che è malato, lontano e non può occuparsi dei suoi affari.»
«Don Camillo, sii sincero: cosa dice, con precisione, la gente?»
Don Camillo allargò le braccia:
«Dice che, se ci fosse un Dio, queste cose non succederebbero».
Il Cristo sorrise:
«Dall'osanna al crucifige il passo è breve, don Camillo».

*

La sera stessa in Consiglio comunale ci fu burrasca grossa; l'unico consigliere d'opposizione, Spiletti, portò il discorso sul sindaco:
«Sono oramai due mesi che non si ha più nessuna notizia del sindaco: egli si disinteressa di ogni cosa che accade nel paese, anche di quelle che lo riguardano direttamente. Dov'è? Come sta? Cosa fa? Facendomi interprete di un vasto strato della cittadinanza esigo una precisa risposta»
.Il Brusco, che fungeva da vicesindaco, si alzò:
«Mi riservo di rispondere dettagliatamente domani».
«Non credo di aver chiesto di venire a conoscenza di segreti di Stato!» replicò Spiletti. «Esigo una risposta immediata: dov'è il sindaco?»
Il Brusco si strinse nelle spalle:
«Non lo sappiamo».
La gente che assisteva alla seduta rumoreggiò: era una cosa incredibile.
«Non si sa dove sia il sindaco!» urlò Spiletti. «Allora si metta un annuncio sui giornali: "Competente mancia a chi riporterà un sindaco di colore rosso smarrito due mesi fa".»
«C'è poco da fare gli spiritosi!» gridò il Brusco. «Nessuno sa dove sia il sindaco: neanche sua moglie.»
«Io però lo so» disse una voce. Ed era don Camillo.
La gente ammutolì. Il Brusco impallidì.
«Ditelo, se lo sapete.»
«No» rispose don Camillo. «Però vi ci posso portare domattina.»

*

Nella triste periferia di Milano, nel cantiere di un grosso casamento in demolizione, Peppone stava sbadilando cupo a fianco del suo camion che andava riempiendo di calcinacci e rottami.
Suonò la sirena del mezzogiorno e Peppone, buttato il badile lontano, trasse fuori dalla giacca appesa nella cabina dell'autocarro un grosso pane imbottito di mortadella e l'Unità, andò a sedersi con la schiena alla palizzata, a fianco degli altri manovali, e incominciò a mangiare leggendo il suo giornale.
«Signor sindaco!»
La voce acuta di Spiletti lo riscosse facendolo balzare in piedi. Si trovò davanti al Consiglio comunale al completo.
«Non ci sono sindaci, qui!» rispose.
«Il guaio è che non ci sono sindaci neppure al paese» replicò lo Spiletti. «Vuol dirci dove possiamo trovarne uno?»
«Affari che non mi riguardano» affermò Peppone rimettendosi a sedere.
«Ho l'impressione che lei sia guarito completamente»disse lo Spiletti. «E che, comunque, sia in grado di scriverci una cartolina di saluti.»
«A chi? A lei?» esclamò Peppone. «Al rappresentant edella cricca clericale? Lei non ha un'idea come io stia bene non pensando a lei.»
«Il suo non è linguaggio da sindaco» protestò lo Spiletti.
«Il mio è il linguaggio di un uomo libero!»
«Bene!» dissero i manovali che avevano smesso di mangiare e si erano affollati attorno a Peppone e al Consiglio.
«Se vuol essere libero dia le sue dimissioni!» urlò Spiletti.
«Già, per far piacere a te!» commentò ironica la massa dei manovali. «Tieni duro, compagno.»
«Se non vuol dare le dimissioni, desidereremmo sapere quali siano le sue intenzioni!»
Peppone scrollò le spalle.
«Se lei invece di fare il suo dovere in paese, preferisce rimanersene a divertirsi a Milano, si diverta!» urlò lo Spiletti. «E dia le dimissioni!»
«Te le facciamo dare a te le dimissioni!» commentò la massa. Ma Peppone si volse:
«Silenzio, ragazzi» disse con voce autoritaria Peppone.«Qui siamo in una amministrazione democratica e le minacce non funzionano.»
Il Brusco, il Bigio e il resto della banda si erano seduti attorno a Peppone e lo stavano guardando in silenzio.
«Capo» disse il Brusco cupo «perché ci hai abbandonato?»
«Io non abbandono nessuno!»
«Come facciamo per la strada nuova? Qui c'è la risposta del Ministero.»
Il Brusco porse un foglio a Peppone che lo prese e lo lesse.
«Fino a quando al Governo ci sarà certa gente non si combinerà mai niente di buono!» affermò Peppone.
«Lei non butti in politica l'amministrazione!» urlò Spi-letti. «Faccia invece una proposta concreta.»
«L'abbiamo già fatta a suo tempo» disse il Bigio.
«Sotto le sparate demagogiche non c'è niente di concreto!» strillò lo Spiletti.
Lo Smilzo replicò. Intervenne Peppone e la discussione si fece serrata.
E così si svolse, fra le macerie di una casa milanese in demolizione, la più straordinaria seduta di Consiglio comunale dell'universo.
E fu una cosa lunga e, quando furono le cinque e il guardiano disse che lui non voleva sapere storie e che doveva chiudere il cantiere, il Consiglio si trasferì, opposizione compresa, sul cassone del camion e Peppone montò sulla cabina e mise in moto il motore:
«Andiamo a cercare un posto più tranquillo» disse.

*

 Non si sa come accadde, forse per la scarsa conoscenza della topografia di Milano: il fatto è che, a un bel momento,il camion si trovò a navigare sull'asfalto della Via Emilia.
Peppone guidava a denti stretti: voleva dire qualcosa da un sacco di tempo e non riusciva a dirlo.
A un tratto diede una brusca frenata.
Uno dei soliti maledetti dell'autostop gli si era parato davanti e col pollice faceva segno che voleva andare in giù anche lui.
Aveva nella mano sinistra un panettone e un palloncino della «Rinascente». In testa portava un cappello da prete.
Lo Smilzo, che stava seduto al fianco di Peppone, scese e prese posto sul cassone assieme al Consiglio.
Don Camillo salì e Peppone innestò la marcia e partì con uno strattone da carro armato.
«Che io debba sempre aver certa gente tra i piedi?» borbottò.
Il camion pareva una sedici cilindri da corsa e dava l'i-dea che dentro il cofano, al posto di un motore, ci fosse tutta l'orchestra di Toscanini.
Apparve a un tratto, lontano, dietro l'argine, il campani-le del paese.
«Mah!» sospirò Peppone.
«Chi dice "mah!" il cuor contento non ha» commentò don Camillo.
«Chi "mah!" non dice non è felice» concluse un'altra voce che veniva da chi sa dove e che soltanto don Camillo poteva udire.
Roba che succede in quel paese in riva al fiume, in quel piccolo paese che dovrebbe esser grande come il mondo.

sabato 5 gennaio 2013

E' necessario correre dei rischi

Visto il grande successo, a grande richiesta, vogliamo rendere fissa la rubrica dei racconti che abbiamo inaugurato lo scorso mese sotto Natale. A differenza di quanto fatto a dicembre, però, i racconti avranno cadenza mensile e non giornaliera. Cominciamo oggi, come facemmo lo scorso mese, con un racconto di Paulo Coelho, tratto dal libro "sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduto e ho pianto" (ed. Bompiani), che potrebbe essere intitolato "E' necessario correre dei rischi". Buona lettura:

""E' necessario correre dei rischi," diceva lui. "Riusciamo a comprendere il miracolo della vita solo quando lasciamo che l'inatteso accada.
Tutti i giorni, con il sole Dio ci concede un momento in cui è possibile cambiare ciò che ci rende infelici. Tutti i giorni fingiamo di non percepire questo momento, ci diciamo che non esiste, che l'oggi è uguale a ieri e identico al domani. Ma chi presta attenzione al proprio giorno, scopre l'istante magico:un istante che può nascondersi nel momento in cui, la mattina, infiliamo la chiave nella toppa, nell'istante di silenzio subito dopo la cena, nelle mille e una cosa che ci sembrano uguali. Questo momento esiste: un momento in cui tutta la forza delle stelle ci pervade e ci consente di fare miracoli.
A volte la felicità è una benedizione, ma generalmente è una conquista. L'istante magico del giorno ci aiuta a cambiare, ci spinge ad andare in cerca dei nostri sogni. Soffriremo, affronteremo momenti difficili, ricaveremo molte disillusioni: ma tutto è transitorio e non lascia alcun segno. E, nel futuro, potremo guardare indietro con orgoglio e fede.
Meschino colui che ha avuto paura di correre rischi. Perché forse non sarà mai deluso, non avrà disillusioni, né soffrirà come coloro che hanno un sogno da perseguire. Ma quando quell'uomo guarderà dietro di sé, perché capita sempre di guardare indietro, sentirà il proprio cuore dire: "Che cosa ne hai fatto dei miracoli di cui Dio ha disseminato i tuoi giorni? Come hai impiegato le doti che il tuo Maestro ti ha affidato? Le hai sotterrate in una fossa profonda, perché avevi paura di perderle. Allora la tua eredità è questa: la certezza di aver sprecato la tua vita."
Meschino colui che sente queste parole. Allora crederà ai miracoli, ma gli istanti magici della vita saranno ormai passati"."

martedì 25 dicembre 2012

Il male vuole che il bene sia fatto

Concludiamo la nostra "rassegna" di racconti come la aprimmo, ovvero con un breve racconto di Paulo Coelho, tratto dal libro "sono come il fiume che scorre" (Ed. Bompiani) e intitolato "Il male vuole che il bene sia fatto":

"Il poeta persiano Rumi narra che, un giorno, Muawiya, il primo califfo della stirpe degli Omayyadi, mentre stava dormendo nel suo palazzo, fu svegliato da uno strano individuo.
"Chi sei?" gli domandò.
"Sono Lucifero" fu la risposta.
"E che cosa vuoi, qui?"
"È già l'ora della preghiera, e tu stai ancora dormendo."
Muawiya rimase stupito. Perché il Principe delle Tenebre - colui che sempre brama l'anima degli uomini di poca fede - cercava di aiutarlo a compiere un dovere religioso?
Ma Lucifero spiegò:
"Ricorda che io sono stato creato come un angelo della luce. Nonostante ciò che mi è accaduto nel corso dell'esistenza, non posso dimenticare la mia origine. Un uomo può recarsi a Roma o a Gerusalemme, ma porta sempre nel cuore i valori della sua patria: la medesima cosa vale per me. Io amo ancora il Creatore, che mi ha nutrito nella gioventù e mi ha insegnato il Bene. Non mi ribellai contro di Lui, perché non lo amavo: anzi, al contrario, lo amavo così tanto che fui pervaso dalla gelosia quando creò Adamo. In quel momento, volli sfidare il Signore - e fu la mia rovina. Comunque, ricordo ancora le parole di benedizione che mi furono riservate un giorno, e forse agendo in modo buono ed equo potrei far ritorno in Paradiso."
Muawiya rispose:
"Mi è impossibile credere a ciò che dici. Tu sei responsabile della distruzione di molte persone sulla faccia della terra."
"Devi crederci, invece," insistette Lucifero. "Solo Dio può creare e distruggere, perché è l'Onnipotente. Allorché creò l'uomo, fra gli attributi della vita, Egli introdusse il desiderio, la vendetta, la compassione e la paura. Di conseguenza, quando scorgi intorno a te il Male, non devi incolpare me: io sono soltanto lo specchio per le cose brutte che accadono."
Rendendosi conto che c'era qualcosa di strano e sbagliato in quella faccenda, Muawiya pregò con grande fervore, affinché Dio lo illuminasse. Trascorse l'intera notte conversando e discutendo con Lucifero ma, nonostante le brillanti argomentazioni del suo interlocutore, non si lasciò convincere.
Quando stava per albeggiare, finalmente Lucifero cedette, spiegando:
"Va bene, hai ragione tu. Ieri pomeriggio, quando sono venuto a svegliarti per non farti perdere la preghiera, non avevo certo l'intenzione di avvicinarti alla Luce Divina. Sapevo perfettamente che, se tu avessi trasgredito quel tuo dovere,saresti stato assalito da una tristezza profonda e, nei giorni successivi, avresti pregato con il doppio della fede, invocando il perdono per aver dimenticato di onorare il sacro precetto. Agli occhi di Dio, ciascuna di quelle preghiere recitate con amore e pentimento vale duecento orazioni mormorate in maniera automatica e ordinaria. Alla fine, saresti stato più puro e più ispirato, Dio ti avrebbe amato di più e io sarei stato ancora più lontano dalla tua anima."
Lucifero scomparve. Subito dopo, nella stanza si materializzò un angelo di luce:
"Non dimenticare mai la lezione di oggi," disse a Muawiya. "Talvolta il Male assume le sembianze di un emissario del Bene, ma la sua intenzione recondita resta quella di provocare un'enorme distruzione."
Quel giorno - e nelle giornate successive -, Muawiya pregò con pentimento, compassione e fede. Le sue preghiere furono udite mille volte da Dio"

lunedì 24 dicembre 2012

Maria, donna obbediente

Siamo quasi al termine dei nostri racconti, che ci hanno accompagnato per tutto dicembre. Anche oggi però ve ne doniamo uno, scritto da Don Tonino Bello, intitolato "Maria, donna obbediente":

"Si sente spesso parlare di obbedienza cieca. Mai di obbedienza sorda. Sapete perché? 
Per spiegarvelo devo ricorrere all'etimologia, che, qualche volta, può dare una mano d'aiuto anche all'ascetica. 
Obbedire deriva dal latino "ob-audire". Che significa: ascoltare stando di fronte. 
Quando ho scoperto questa origine del vocabolo, anch'io mi sono progressivamente liberato dal falso concetto di obbedienza intesa come passivo azzeramento della mia volontà, e ho capito che essa non ha alcuna rassomiglianza, neppure alla lontana, col supino atteggiamento dei rinunciatari. 
Chi ubbidisce non annulla la sua libertà, ma la esalta. 
Non mortifica i suoi talenti, ma li traffica nella logica della domanda e dell'offerta. 
Non si avvilisce all'umiliante ruolo dell'automa, ma mette in moto i meccanismi più profondi dell'ascolto e del dialogo. 
C'è una splendida frase che fino a qualche tempo fa si pensava fosse un ritrovato degli anni della contestazione: "obbedire in piedi". Sembra una frase sospetta, da prendere, comunque, con le molle. Invece è la scoperta dell'autentica natura dell'obbedienza, la cui dinamica suppone uno che parli e l'altro che risponda. Uno che faccia la proposta con rispetto, e l'altro che vi aderisca con amore. Uno che additi un progetto senza ombra di violenza, e l'altro che con gioia ne interiorizzi l'indicazione. 
In effetti, si può obbedire solo stando in piedi. In ginocchio si soggiace, non si obbedisce. Si soccombe, non si ama. Ci si rassegna, non si collabora. 
Teresa, per esempio, che è costretta a dire sì a tutte le voglie del marito e non può uscire mai di casa perché lui è geloso, e la sera, quando torna ubriaco e i figli piangono, lei si prende un sacco di botte senza reagire, è una donna repressa, non è una donna obbediente. Il Signore un giorno certamente la compenserà: ma non per la sua virtù, bensì per i patimenti sofferti. 
L'obbedienza, insomma, non è inghiottire un sopruso, ma è fare un'esperienza di libertà. 
Non è silenzio di fronte alle vessazioni, ma è accoglimento gaudioso di un piano superiore. 
Non è il gesto dimissionario di chi rimane solo con i suoi rimpianti, ma una risposta d'amore che richiede per altro, in chi fa la domanda, signorilità più che signoria. 
Chi obbedisce non smette di volere, ma si identifica a tal punto con la persona a cui vuol bene, che fa combaciare, con la sua, la propria volontà. 
Ecco l'analisi logica e grammaticale dell'obbedienza di Maria. 
Questa splendida creatura non si è lasciata espropriare della sua libertà neppure dal Creatore. Ma dicendo "Sì", si è abbandonata a lui liberamente ed è entrata nell'orbita della storia della salvezza con tale coscienza responsabile che l'angelo Gabriele ha fatto ritorno in cielo, recando al Signore un annuncio non meno gioioso di quello che aveva portato sulla terra nel viaggio di andata. 
Forse non sarebbe sbagliato intitolare il primo capitolo di Luca come l'annuncio dell'angelo al Signore, più che l'annuncio dell'angelo a Maria"

domenica 23 dicembre 2012

Non temete!

Una riflessione oggi, di fonte non specificata, e intitolata "Non temete!" è quanto vogliamo donarvi:

"Mio Dio, da tanto tempo io cercavo il tuo volto e mi chiedevo a chi potessi rassomigliare. 
E ora sono contento di scoprire questo bambino neonato coricato sulla paglia di una mangiatoia. 
Eccolo, dunque, il tuo volto! 
Sei tu questo neonato? ma allora assomigli a tutti i bambini del mondo perché non ci sono differenze tra te e loro. 
Quanto è strana la vita! 
Prima ero io che avevo paura di te, che mi sentivo sempre in colpa; ed ora sei tu quello che non bisogna spaventare. 
Prima mi aspettavo che tu ti chinassi su di me per tirarmi fuori dai mieisentieri cattivi ed ora sono io che mi curvo su di te, come ci si curva su un bambino appena nato. 
Mio Dio, pensavo che tu fossi uno spauracchio e invece sei un bambino piccolo piccolo. 
Là sulla paglia, in questa notte d'inverno, ho perso la paura ed ho ritrovato l'amore."

sabato 22 dicembre 2012

E Giuseppe raccontò

Vi doniamo oggi un racconto, intitolato "E Giuseppe Raccontò", scritto da Franco Signoracci e rintracciabile nel libro "la notte più bella", edizioni Paoline:

"Ricordo bene quella notte, quando l'angelo entrò nel mio sogno. 
Era l'ora più buia, quando il giorno trascorso è già dimenticato e l'alba nuova è ancora lontana. Io dormivo profondamente e nei miei sogni c'erano tante storie: immagini strane si mischiavano e si inseguivano tra di loro, come spesso accade. Poi, ad un tratto, anche nei miei sogni ci fu silenzio e buio, e apparve un puntino luminoso che diventava sempre più grande, come la lampada di una barca quando si avvicina di notte alla riva. 
Capii subito che quello non era un sogno come gli altri: quella luce era un angelo! 
E l'angelo parlò. 
E mi raccontò di Maria, del bambino, delle difficoltà che avremmo incontrato: "Non temere", mi disse, "starò sempre con voi!". 
Mi svegliai di colpo: non ero spaventato, ma quella apparizione mi aveva turbato. Sentivo caldo nel chiuso della mia stanza; dovevo uscire a prendere aria, a pensare un poco a quelle parole. Infilai i sandali e andai a sedermi su di un sasso, poco lontano dalla casa, in una posizione elevata. 
Sotto di me c'era tutto il paese addormentato. Sopra di me il cielo stellato e la luna, che tramontava all'orizzonte. 
Pensavo di essere solo, poi mi accorsi che non lontano da me c'era un gregge di pecore, custodito da due pastori: i due uomini vegliavano accanto alle braci di un fuoco quasi spento. Poi, tra le case del paese, si aprirono alcune porte e vidi uomini uscire in silenzio: erano i pescatori, che partivano a notte fonda per andare al lago di Tiberiade. Vidi anche un altro uomo uscire dal villaggio, conduceva due asini che avevano anfore legate ai fianchi: andava a prendere l'acqua. Infine, mentre il cielo a oriente si faceva più chiaro, vidi uscire i primi contadini. "Ecco", pensai tra me, "per tutta questa gente, per tutti noi verrà il bambino!" E sentii una grande pace nel cuore."

venerdì 21 dicembre 2012

Buon Natale amico mio

Anche oggi vi doniamo una riflessione di Don Tonino Bello, intitolata "Buon Natale amico mio":

"Buon Natale, amico mio: non avere paura. 
La speranza è stata seminata in te. Un giorno fiorirà. Anzi, uno stelo è già fiorito. E se ti guardi attorno, puoi vedere che anche nel cuore del tuo fratello, gelido come il tuo, è spuntato un ramoscello turgido di attese. 
E in tutto il mondo, sopra la coltre di ghiaccio, si sono rizzati arboscelli carichi di gemme. E una foresta di speranze che sfida i venti densi di tempeste, e, pur incurvandosi ancora, resiste sotto le bufere portatrici di morte. 
Non avere paura, amico mio. 
Il Natale ti porta un lieto annunzio: Dio è sceso su questo mondo disperato. E sai che nome ha preso? Emmanuele, che vuol dire: Dio con noi. 
Coraggio, verrà un giorno in cui le tue nevi si scioglieranno, le tue bufere si placheranno, e una primavera senza tramonto regnerà nel tuo giardino, dove Dio, nel pomeriggio, verrà a passeggiare con te."

giovedì 20 dicembre 2012

Il dono del Signore

Oggi una poesia, di D.Doni, intolata "Il dono del Signore":

"Ti è passato accanto il Signore 
e non hai aperta la porta 
della tua casa. 

Le luci di tutti gli smeraldi, 
i nitidi occhi delle stelle piú pure, 
l'alito della vita che spira 
tra selve d'uomini e di foglie 
sono povere cose nel nulla 
di fronte al dono che il Signore 
voleva recarti, quando, 
forte di un silenzio d'amore, 
ha sostato davanti alla soglia 
della tua casa."

mercoledì 19 dicembre 2012

Viene per chi sta dietro la porta chiusa

Vi doniamo oggi un pensiero di Don Primo Mazzolari intitolato "Viene per chi sta dietro la porta chiusa":

""Ecco sto alla porta e busso..." 
Egli non viene né per onorare il suo nome 
né per salvare la sua dignità: 
viene per chi sta dietro la porta chiusa. 
E chi ci sta dietro la porta chiusa? 
Io ci sto: in tanti ci stanno; ci sta il mondo. 
Il quale mi sembra ancor più sprangato 
in questo Natale... 
Da secoli, non da decenni, Egli attende... 
Ma anche se tardasse un po..., aspettatelo: 
Egli verrà e lo vedrete tutti e ne godrà il vostro cuore 
poiché Egli viene a portare la pace al suo popolo 
e a restituirgli la vita."

martedì 18 dicembre 2012

Pierino davanti al presepe

Dopo tante poesie vi doniamo di nuovo un racconto natalizio, di autore non precisato, intitolato "Pierino davanti al presepe":

"Pierino sogna... sta andando insieme ai pastori e ai Re Magi verso la stalla quando si trova improvvisamente davanti a Gesù Bambino che giace nella mangiatoia. Pierino si accorge di essere a mani vuote. Tutti hanno portato qualcosa: solo lui è senza doni. 
Avvilito dice subito: "Prometto di darti la cosa più bella che ho. Ti regalo la mia nuova bicicletta, anzi il mio trenino elettrico". 
Il bambino nel presepe scuote la testa e sorridendo dice: "Io non voglio il tuo trenino elettrico. Dammi il tuo tema in classe!". 
"Il mio ultimo tema?" balbetta il ragazzino. "Ma ho preso un insufficiente!". 
"Appunto, proprio per questo lo vorrei" dice Gesù. "Devi darmi sempre tutto quello che è insufficiente, imperfetto. Per questo sono venuto nel mondo. Ma vorrei un'altra cosa ancora da te: la tua tazza del latte". 
A questo punto Pierino si rattrista: "La mia tazza? Ma è rotta!". 
"Proprio per questo la vorrei avere" dice Gesù Bambino. "Tu mi puoi portare tutto quello che si rompe nella tua vita. Io sono capace di risanarlo". 
Il ragazzino sentì di nuovo la voce del Bambino Gesù: "Vorrei una terza cosa da te: vorrei la risposta che hai dato a tua mamma quando ti ha chiesto come mai si è rotta la tazza del latte". 
Allora Pierino inizia a piangere e confessa tra le lacrime: "Ma le ho detto una bugia, quella volta. Ho detto alla mamma che la tazza era caduta per caso, ma in realtà l'ho gettata a terra io, per rabbia". 
"Per questo vorrei avere quella tua risposta" risponde sicuro Gesù Bambino. "Portami sempre tutto quello che nella tua vita è cattivo, bugiardo, dispettoso e malvagio. Sono venuto nel mondo per perdonarti, per prenderti la mano e insegnarti la via". 
Gesù sorride di nuovo a Pierino, mentre lui guarda, comprende e... si meraviglia..."