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sabato 26 maggio 2012

Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi

Concludiamo oggi le riflessioni di Don Giuseppe Turani tratte dal volume "Cristo, mia speranza, è risorto" che ci hanno tenuto compagnia durante il periodo quaresimale con alcuni spunti sulla Pentecoste:

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Gesù, prima di compiere la sua missione terrena, dona agli apostoli lo Spirito [...]. Lo Spirito permette a ogni uomo di entrare nella salvezza meritata dalla pasqua di Cristo e di ricevere il perdono dei peccati. Il sacramento della riconciliazione è la celebrazione della Pasqua perché la vita nuova ottenuta dal Risorto riprende vigore nel penitente; contemporaneamente si compie la Pentecoste: è lo Spirito che rinnova l'uomo peccatore e lo rende capace di sperimentare la vita del Risorto [...].
Le manifestazioni dello Spirito sono impossibili da descrivere perché incalcolabili e infinite; nessun ostacolo può fermare la sua forza creatrice. Uno dei tanti avvenimenti nei quali si è manifestata in modo evidente l'ispirazione dello Spirito è stata l'indizione da parte di Giovanni XXIII del Concilio Vaticano II, definito come "una nuova primavera". Papa Roncalli, dopo l'elezione, ebbe a dire: "O la Chiesa è una Pentecoste vivente o non è Chiesa" [...]. L'enciclica Pacem in terris rivolta a "tutti gli uomini di buona volontà", ha affermato con forza che la pace si costruisce su quattro pilastri fondamentali: la verità, la giustizia, l'amore e la libertà. In ogni apparizione il Risorto afferma "pace a voi". La pace vera è quella che costruisce relazioni, che va oltre ogni ideologia, che abbatte i muri di separazione, che colma i cuori donando una grande capacità di amare. E' lo Spirito che realizza la pace, con i suoi doni: "amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé". In tal senso dovremmo chiederci: "Fino a che punto ognuno di noi si impegna a realizzare i doni che lo Spirito continua ad infondere?" Solo una Chiesa spinta dallo Spirito è una Chiesa libera, che non ha timore di parlare con chiarezza di fronte a situazioni ambigue come la difesa degli interessi economici, le logiche di distruzione della persona, gli interessi di capitale investito in produzione di armi... Guidata dalla forza dello Spirito, la Chiesa, ieri come oggi, è chiamata a rendere testimonianza della speranza e dell'amore che la animano.

Celebrare


Il saluto di pace apre e chiude la celebrazione dell'Eucarestia e risuona più volte durante tutto il rito. C'è però un momento specifico in cui viene particolarmente evidenziato: lo scambio di pace. Con questo gesto si fa memoria del mistero pasquale: il Risorto, presente nella sua Chiesa, dona pace e unità [...]. La pace che si implora non è quella che gli uomini possono costruire da se stessi; non si tratta di una pace umana, ma di quella donata dal Cristo agli apostoli [...]. La prossimità del rito della pace alla comunione sacramentale spiega perché questa preghiera sia rivolta a Cristo e non al Padre, cui normalmente s'innalza ogni preghiera. E' la pace del Risorto che rende la Chiesa maggiormente capace di vivere nell'unità. Nel rito ambrosiano, invece, lo scambio della pace è collocato prima della presentazione dei doni, per dare rilievo a quanto ha detto Gesù: "Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e li ti ricordi che tuo fratello..."
Dopo aver chiesto e accolto la pace come dono particolare del Risorto, frutto del suo sacrificio sulla croce e segno della ritrovata comunione con Dio e con i fratelli, la pace viene donata, secondo l'invito del presbitero: "Scambiatevi un segno di pace" [...].
E' bene ricordare che la partecipazione all'Eucarestia, specialmente al momento della comunione, non è soltanto un incontro esclusivo e personale con Cristo capo, ma anche con le membra del suo corpo, la Chiesa, presente in modo concreto nell'assemblea locale riunita attorno all'altare [...]. Partecipare all'Eucarestia significa rendersi maggiormente consapevoli di essere fratelli e sorelle nel Signore. Il gesto dona a questo momento maggiore forza espressiva.
La pace accolta domanda di essere comunicata e vissuta nella quotidianità.  "Andate in pace" è il saluto finale e l'impegno per il cammino di ogni giorno: "se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti"

Testimoniare


Joseph Louis Bernardin nacque nel 1928 nella Carolina del Sud da una famiglia di emigranti italiani. Eletto vescovo ausiliare di Atlanta a soli trentotto anni, fu instancabile tessitore di comunione nella Chiesa nordamericana, spesso divisa al suo interno durante la difficile transizione post-conciliare. Nominato arcivescovo di Cincinnati e più tardi di Chicago, Bernardin guidò la conferenza episcopale statunitense, assumendo posizioni chiare in difesa della pace, senza risparmiare dure critiche alle politiche militari del suo paese. "Quello che vorrei lasciare dietro di me è una semplice preghiera: che ognuno di voi possa trovare ciò che ho trovato io, un dono speciale di Dio per tutti noi: il dono della pace. Quando siamo in pace, troviamo la libertà di essere più pienamente noi stessi, perfino nei tempi peggiori.
Ci distacchiamo da ciò che non è necessario e abbracciamo quello che è essenziale. Ci svuotiamo, affinché Dio possa lavorare in maniera più piena dentro di noi. E diventiamo strumenti del Signore".
Durante il suo episcopato egli iniziò una riflessione sulla necessità di spostare l'attenzione dalla Chiesa come istituzione a Cristo, fino a porre al centro del suo ministero la Parola di Dio. Dopo aver affrontato e superato, senza ricorrere a esenzioni e privilegi, le false accuse di molestie sessuali che gli erano state rivolte da un uomo malato di mente, Bernardin si trovò nel 1995 di fronte alla diagnosi di un male incurabile che lo portò alla morte il 14 novembre 1996. Egli fece degli ultimi due anni di vita un instancabile pellegrinaggio fra i sofferenti della sua diocesi, malati, carcerati ed emarginati di ogni sorte, per annunciare quell'amore per la vita che aveva illuminato tutta la sua esistenza e il suo ministero di pastore: "Come vescovo, diceva, ho cercato di dare forma all'annuncio del valore unico che ha la vita umana, e di ricordare a me e agli altri la nostra comune responsabilità di fronte ad essa. Ora che la mia vita volge lentamente al declino, man mano che il mio destino terreno si fa più chiaro, giorno dopo giorno, non mi sento angosciato, ma piuttosto riconfermato nella mia convinzione riguardo alla meravigliosità della vita umana, dono che sgorga dall'essere stesso di Dio e che è affidato a ciascuno di noi".

sabato 19 maggio 2012

Mentre si trovava a tavola con loro

In occasione dell'Ascensione riprendiamo le riflessioni tratte dal volume "Cristo, mia speranza, è risorto" di Don Giuseppe Turani che ci hanno tenuto compagnia per il periodo quaresimale:

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Non è un fatto insolito né straordinario vedere Gesù a tavola con gli amici (Lazzaro, Marta, Maria, i discepoli di Emmaus, gli apostoli,...). E' un gesto di condivisione e convivialità molto concreto che evidenzia la vicinanza e l'umanità di Gesù, non solo con gli amici, ma anche con i peccatori e i pubblicani (Levi, Zaccheo, Simone, ...); è un'espressiva testimonianza di vicinanza e di accoglienza che il Signore riserva a coloro che sono lontani ed emarginati dalla società. Il gesto dello spezzare il pane diventa un segno per riconoscere il Risorto, perché proprio nell'ultima cena Gesù lascia la sua perenne presenza nel pane e nel vino [...].
Il Risorto, dopo diverse apparizioni e dopo aver condiviso il cibo con gli apostoli, abbandona il mondo, ma prima di salire al cielo dichiara agli undici: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". L'ascensione di Gesù non significa separazione e allontanamento; si tratta di un nuovo rapporto, non più legato a luoghi e tempi, ma così innalzato da estendersi a tutti i tempi e luoghi.
E' possibile chiedersi: perché Gesù non è rimasto qui in mezzo a noi per continuare a compiere miracoli, sconfiggere ogni comportamento che distrugge l'uomo e rendere migliore il mondo? [...] E' l'atteggiamento di quanti si aspettano che cada dal cielo ogni soluzione ai problemi che affliggono l'umanità; sta, invece, a ogni credente assumersi le proprie responsabilità, immergendosi nel quotidiano per rendere migliore questo mondo. L'ascensione è il giorno delle consegne, in cui bisogna prendere coscienza di ciò che si è e assumere il coraggio di testimoniare la fede. E' il giorno della glorificazione di tutto l'uomo, in anima e corpo. Quell'uomo Gesù che sembrava sconfitto, umiliato, crocifisso, maledetto, proprio quell'uomo è esaltato da Dio al di sopra di tutti i cieli [...]. L'ascensione è la glorificazione di Gesù che non è nascosto nel regno dei cieli, ma è presente dove ogni uomo o donna è calpestato nella propria dignità e dove agisce silenziosamente l'amore. Non si è soli ad agire poiché la potenza dello Spirito abita in ogni persona di buona volontà [...]. E' lo Spirito che trasforma il pane e il vino in Cristo, è lo Spirito che soffia sull'umanità perché cresca l'amore. La certezza della sua presenza è confermata dal Risorto prima di salire al cielo: "Avrete forza dallo Spirito che scenderà su di voi". L'adagio di Sant'Agostino è molto espressivo: "Se l'uomo non diventa spirituale fin nella sua carne, si ridurrà a essere carnale fin nel suo spirito".

Celebrare


"Il comando che Gesù ha dato: "prendete e mangiate... prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue", non sempre è obbedito nella sua integralità. Il sangue è l'equivalente di vita, anzi di persona. "Sangue versato" è come dire che una persona muore di morte violenta. Gesù, affermando che quel calice cui invita a bere durante l'ultima cena conteneva di fatto il suo sangue, intendeva dire che avrebbe donato sulla croce la sua vita per la salvezza di tutti. Bevendo a quel calice, come mangiando di quel pane spezzato, si può prendere parte al frutto del suo sacrificio. Il mangiare e il bere producono la comunione con il Signore che nelle specie eucaristiche si offre per l'umanità; ma vi è una specialità propria di ciascuno dei due segni, che insieme realizzano la totalità dell'Eucarestia: se nel segno del pane si attua la donazione sacrificale, il segno del vino pone l'accento sulla rinnovazione dell'alleanza nel sangue di Cristo; l'atto del mangiare esprime il dono di Gesù come nutrimento nella partecipazione alla sua Pasqua, l'atto del bere esprime il suggello della nuova alleanza nel suo sangue.
La comunione sotto la specie del pane è un dato abituale; non lo è altrettanto per la Chiesa occidentale quella sotto la specie del vino per tutti i fedeli. nei primi dodici secoli anche la comunione al calice era un'azione del tutto naturale e la Chiesa primitiva si preoccupava che tutti i fedeli bevessero il vino consacrato [...]. Dal XII secolo in Europa occidentale scomparve l'uso della comunione al calice. la causa principale è da ricercarsi nella concezione, diffusasi allora, che Cristo è completamente presente in tutte e due le specie. Un'altra causa fu che in quel periodo l'esposizione e la benedizione con il Santissimo occupavano un posto centrale nella spiritualità eucaristica. Se la liturgia e la vita di pietà rilevavano la presenza reale di Cristo sotto la specie del pane, lasciando in ombra la presenza nel vino consacrato, da un punto di vista pratico la distribuzione della comunione tramite le sole particole era molto più semplice. Il Messale precisa che con la comunione sotto le due specie "si ha modo di penetrare più profondamente il mistero al quale i fedeli partecipano". Il bere al calice, in altri termini, non è esclusiva del presbitero [...]. E' comprensibile che il calice non sia dato ai fedeli in tutte le celebrazioni, ma conviene che tutti possano prendervi parte almeno qualche volta, cioè oltre i casi previsti dalle norme, quando, come suggerisce la Conferenza episcopale italiana, si tengono celebrazioni particolarmente espressive del senso della comunità cristiana raccolta attorno all'altare.

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"Durante l'ultima "sessione" di formazione che si è tenuta ad Algeri, circa settanta Sacerdoti hanno riflettuto sul tema dell'"Eucaristia", vissuta nel nostro contesto, e si sono confrontati sull'attuale difficile situazione che la Chiesa vive in Algeria. Provenienti da tutte le regioni del Paese e da situazioni molto diverse, tutti hanno vissuto, direttamente o indirettamente, le ripercussioni della "campagna" che ha condotto alla pubblicazione di centinaia di articoli nella stampa algerina, specialmente quella in arabo. Articoli che mettevano in discussione la presenza cristiana nella società algerina e la "purezza" delle nostre intenzioni.
Tutti hanno constatato attorno a loro che questa "campagna" ha riportato una certa diffidenza, in luoghi in cui abbiamo vissuto per moltissimi anni una relazione feconda di fiducia con i nostri vicini. Ma, nonostante questo, il nostro incontro sacerdotale si è svolto in un clima di ottimismo e fervore, in quanto tutti i Preti - e ciascuno individualmente, ma anche in quanto "comunità" - rimangono fedeli alla loro "vocazione" di presenza e servizio nel Paese, profondamente legati all'"appello" ricevuto da Cristo e dalla sua Chiesa, che ci inviano per stabilire relazioni fraterne con tutti i nostri fratelli e sorelle della società algerina, a causa di Gesù e dal suo "Vangelo". Perché «Dio è amore» e: «Se noi ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi» (1Gv 4,8.12).
Il tema centrale dell'incontro era appunto quello dell'"Eucaristia". In tutte le testimonianze, ciascuno ha condiviso sino a che punto la propria celebrazione personale dell'"Eucaristia" fosse legata alla celebrazione quotidiana dell'amore fraterno, realizzato negli incontri di ogni giorno con i nostri fratelli e sorelle di questo Paese. Nessuna "amarezza", ma piuttosto la gioia di essere stati chiamati a servire questo "progetto" di «riunire i figli di Dio dispersi» dall'interno della società algerina.
Certo, ciascuno di noi è pienamente cosciente delle difficoltà che la Chiesa vive oggi in Algeria, ma la meditazione del tema dell'"Eucaristia" è stato un richiamo per ribadire che le difficoltà che incontriamo ci rendono più vicini al "sacrificio" che Cristo ha fatto della sua vita per portare la pace tra i fratelli e tra i figli dello stesso Padre che è nei Cieli.
I sacerdoti presenti alla "sessione" di Algeri hanno sottolineato come si sentivano attaccati al loro "progetto di vita" che consiste nel realizzare, in Algeria e con gli algerini, questa "comunione" che viene da Dio. Ma erano anche, e allo stesso tempo, ben coscienti che non è possibile passare al di sopra delle "barriere" che separano i gruppi umani, senza pagarne un prezzo. Ogni giorno, celebrando la Messa, annunciamo una "comunione" che viene da Dio e ci uniamo al "sacrificio" che Gesù ha dovuto offrire perché questa "comunione" fosse annunciata e messa in opera, concretamente, nel proprio contesto e nel proprio tempo.
Così, nonostante le difficoltà del momento e con la grazia di Dio, la nostra Chiesa continua a vivere, come prima, la sua "testimonianza evangelica" nella gioia e nella diversità delle situazioni che conosciamo."

Mons. Henri Teissier,
Arcivescovo emerito di Algeri

sabato 7 aprile 2012

Abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione

Concludiamo oggi le riflessioni tratte dal volume "Cristo, mia speranza, è risorto!" di don Giuseppe Turani che ci han tenuto compagnia per il periodo quaresimale.
Vi annuncio però che torneranno per l'Ascensione e la Pentecoste...

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Il giorno di Pasqua è normale sentirsi dire "Auguri, Buona Pasqua!". Quale significato diamo a questo augurio? [...] Ogni domenica è Pasqua! I battezzati si riuniscono nel nome del Risorto, o meglio il Risorto ci riunisce perché possiamo accogliere la sua presenza, rinnovare o accrescere il dono della fede.
Perché Gesù, dopo la sua risurrezione, non appare agli scribi, ai farisei, al sinedrio o a Pilato? Non avevano la luce della fede, quindi avrebbero pensato all'apparizione di un fantasma. Allora dove nasce la fede nel risorto?
"Cominciando da Mosè e da tutti i profeti egli spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui" (Lc. 24,27). Il criterio per far nascere e crescere la fede consiste nella rilettura del mistero di Gesù secondo l'ottica delle Scritture. Ogni altro principio è fuorviante. Se per la ragione umana la passione e la morte sono l'assurdità più inspiegabile, alla luce delle Scritture appaiono come la strada attraverso la quale la volontà divina ha deciso di condurre il suo progetto salvifico [...]. Il mistero di Gesù è colto solo da chi ragiona secondo Dio e non secondo gli uomini. Per acquisire tale mens è necessario nutrirsi della Parola di Dio e cogliervi tutto ciò che aiuta a crescere nella conoscenza del Signore. [...] Ciò che è in gioco, insieme alla capacità di percepire che Dio merita fiducia, è la qualità del nostro cuore, la sua disponibilità a sostare sui segni dell'amore più che sui mille messaggi che provengono dalle forme di male presenti nel mondo.
E' vero, tutto questo non è facile, perché i nostri occhi che scrutano il presente e la nostra memoria che ricorda il passato non riescono a pensare a un futuro sorprendentemente nuovo e libero dal male; solo chi ha conoscenza di Dio e delle sue intenzioni può aprirsi a una speranza pasquale. [...] Non è facile, ma il Dio che ha risuscitato il crocifisso e prima ancora gli ha dato la forza per amare sino al dono della vita, può rinnovare la nostra esistenza e la realtà di ogni creatura. [...]

Celebrare


La preghiera di consacrazione ha un avvio il cui contenuto teologico è lode, azione di grazie, sollecitate dallo sguardo di Dio santo e fedele; segue la ripresentazione (l'oggi) della Pasqua, in cui Cristo in persona è Parola di grazia; e si prosegue con la supplica perché lo Spirito compia ogni santificazione verso il compimento del regno.
Ognuno di questi tre tempi complementari si pone e si ripete secondo una dinamica interna in crescendo: abbiamo il dialogo e la preghiera del prefazio che sfociano nel canto del Santo; il "veramente santo" con la prima epiclesi (invocazione allo Spirito Santo) e la consacrazione, che culminano nell'acclamazione del "mistero della fede"; il proseguimento dell'anamnesi (celebrazione della memoria), con l'offerta e le intercessioni, che ascendono al gesto dossologico ("Per Cristo, con Cristo e in Cristo...). Questo complesso ascensionale costituisce una sintesi teologica della fede trinitaria [...]. Nelle indicazioni del Messale romano si legge: "la Chiesa, adempiendo il comando ricevuto da Cristo Signore mediante gli apostoli, celebra la memoria di Cristo, ricordando soprattutto la sua beata passione, la sua gloriosa risurrezione e l'ascensione al cielo". Il riferimento è all'anamnesi che è posta dopo il racconto dell'istituzione ed esprime l'intenzione di celebrare l'Eucarestia secondo l'ordine del Signore, in memoria di lui: il senso di ciò che si sta compiendo è la memoria della morte e risurrezione del Signore [...]. L'intervento dell'assemblea è stato voluto e introdotto dalla riforma liturgica proprio per esprimere all'unisono ciò che la comunità sta celebrando. [...] L'unità di contenuto e di movimento della preghiera eucaristica richiama valori irrinunciabili, punti fermi che non ammettono eccezioni. Nessuno, per motivi banali o per smania di novità, è autorizzato a manipolare questa parte della celebrazione [...]

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San Salvador, 24 marzo 1980, ore 18.30. Mentre sta celebrando l'Eucarestia, cade, ucciso da un sicario, Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo della capitale.
Era nato a Ciudad Barrios, da una famiglia di umili origini e aveva maturato la vocazione presbiteriale dopo aver praticato il lavoro di falegname nel borgo in cui era cresciuto. Appena eletto vescovo di San Salvador, profondamente scosso dall'uccisione violenta di Rutilio Grande, un suo sacerdote, iniziò a denunciare con forza le ingiustizie e le violenze subite dai contadini e dai poveri del Salvador, confrontando coraggiosamente la realtà quotidiana con il Vangelo e le sue esigenze. Durante la celebrazione dell'Eucarestia denunciava ogni sopruso e leggeva i nomi di chi era ingiustamente ucciso. Promotore del dialogo e della riconciliazione in seno alla Chiesa e al Paese, nei tre anni del suo episcopato nella capitale crebbe enormemente in popolarità; ma, insieme al favore dei poveri, egli si attirò anche l'ostilità dei potenti e della stessa gerarchia cattolica. Fedele al proprio motto episcopale "sentire con la Chiesa", Romero si sacrificò fino a donare la vita per promuovere una profonda conversione della Chiesa, da lui ritenuto indispensabile cammino in grado di abilitare la Chiesa stessa e da denunciare la violenza dei potenti e dei tiranni.
"Dio in Cristo vive vicinissimo a noi. E Cristo ci ha dato una norma: "avevo fame e mi hai dato da mangiare". Dove c'è un affamato, Cristo è vicinissimo a noi. "Avevo sete e mi hai dato da bere"; quando uno bussa alla tua porta e ti chiede dell'acqua, è Cristo, se lo guardi con fede. E del malato che desidera una visita, Cristo ti dice: "ero infermo e sei venuto a visitarmi". E Cristo è nel carcerato. Quanti oggi si vergognano di prestare testimonianza a favore di persone innocenti! Quale terrore è stato seminato nel nostro popolo se persino gli amici tradiscono gli amici appena li vedono cadere in disgrazia! Se vedessimo che è Cristo l'uomo bisognoso, l'uomo torturato, l'uomo ucciso, lui in ogni figura umana calpestata così indegnamente lungo le nostre strade, scopriremmo questo Cristo calpestato come una moneta d'oro che si raccoglie con cura e si bacia, né certo ci vergogneremmo di lui".
Oscar Romero

sabato 31 marzo 2012

Versato per molti

Anche per la domenica delle palme vogliamo proseguire con le nostre riflessioni tratte dal volume "Cristo, mia speranza, è risorto!" di Don Giuseppe Turani

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Gesù prima di morire in croce e di lasciare la terra dopo la sua risurrezione, volle continuare la sua presenza nel mondo con l'istituzione dell'ultima cena. La Chiesa, voluta da Cristo, ha compreso il valore di quel momento e ha iniziato a riunirsi nel giorno del Signore per ascoltare la Parola e realizzare il comando di Cristo: "fate questo in memoria di me".  [...] L'ultima cena è l'ultima Pasqua di Gesù, il banchetto in cui ci si nutre di lui, si fa memoria della sua passione, ci si inebria del suo Spirito e si riceve la garanzia della gloria futura. Se ogni religione prevede un sacrificio dell'uomo a Dio, il cristianesimo si fonda sul sacrificio di Dio all'uomo[...].
Nell'ultima cena Gesù prende il pane e il vino, non il frumento e l'uva, che sono frutti della terra; in altre parole non i frutti della natura, ma quelli che l'uomo, con la sua storia e la sua cultura, ha raccolto e lavorato. Tutto ciò che fa parte della natura e della vita dell'uomo è assunto nel corpo di Gesù e viene ridonato a noi come cibo.
Gesù spezza il pane per condividerlo. Il dono d'amore diventa capacità di donare, perché uno ama se ha fatto propria l'esperienza di essere amato.
L'Eucarestia di cui ci nutriamo ogni domenica dovrebbe irradiare tanto amore da spezzare ogni odio, rancore, e demolire tutti i muri ideologici e materiali che l'uomo costruisce. L'amore ricevuto, infatti, è provocazione continua che apre al dialogo, alla relazione, alla piena condivisione e alla costruzione di un mondo di pace e di giustizia. In tal senso, l'Eucarestia è un cibo necessario a tutti e in ogni celebrazione tutti dovrebbero comunicarsi alla mensa eucaristica [...].

Celebrare


Celebrare l'Eucarestia è rendere grazie e lode a Dio Padre per il dono di Gesù suo figlio. Rendere grazie è qualcosa di più che benedire.
[...] Parlare di Eucarestia è molto diverso che parlare di Messa. Preghiera eucaristica è il nome proprio, e molto espressivo, di quell'elemento rituale che manifesta la lode per ciò che Dio è in sé: sviluppandosi come un inno di grazie, la preghiera si trasforma in domanda perché quanto il Padre ha operato nel passato trovi la sua attuazione nell'oggi, fino al compimento finale nel regno dei cieli. [...]
La preghiera eucaristica si compone di elementi importanti dal punto di vista della regia liturgica, facendoci entrare in un movimento ascensionale che simboleggia e costituisce il vertice della liturgia. I due attori (termine improprio ma indicativo) principali della preghiera eucaristica sono chi presiede e l'assemblea. [...] La preghiera eucaristica non è una preghiera privata del celebrante - solista, poiché egli prega in nome di tutti e, nel rivolgersi a Dio in Cristo, dialoga con l'assemblea. L'intento è che il testo sia perfettamente compreso, ascoltato e dunque partecipato dall'assemblea stessa. [...] La preghiera eucaristica non è, quindi, un puro atto sacerdotale, inteso in senso strettamente ministeriale, ma un gesto di tutta la Chiesa. In essa ciascuno compie soltanto, ma integralmente, ciò che gli compete, tenuto conto del posto occupato all'interno del popolo di Dio [...]. La forma in cui l'assemblea adempie il suo sacerdozio regale è così articolata: ascolto rispettoso e attento, dialogo con chi presiede, canto delle acclamazioni, posizione del corpo vigile e orante. La partecipazione profonda non avviene se non passa attraverso tutta la persona e le relazioni tra le persone. Sarebbe ingenuo spiritualismo pensare che la sola devozione interiore e solitaria risponda a queste esigenze. La lode e il rendimento di grazie circolano dunque attraverso le parole, il silenzio, i gesti, lo spazio e il tempo della preghiera eucaristica. [...]

Testimoniare


“La religione cattolica ci nutre sulla via della croce, sul cammino dell’imitazione di nostro Signore Gesù, con un cibo mirabile e divino che è nostro pane quotidiano e nostra “vita”nostro pane quotidiano e nostra “vita”. Questo cibo, questo vero “pane quotidiano”, questa “vita” è la santa Eucarestia: Gesù stesso, Dio e uomo, che si consegna totalmente a noi, tal quale egli è ora in cielo, sotto l’apparenza di una piccola ostia. Nella santa comunione, Dio entra in noi corporalmente; noi tocchiamo con la nostra bocca il Corpo di nostro Signore Gesù così come lo toccarono le labbra di Maria, di Giuseppe, della Maddalena; entra in noi così come riposò nel seno di Maria; s’unisce a noi nel più casto dei matrimoni, diventando lo Sposo divino delle nostre anime, donandosi, consegnandosi, abbandonandosi a noi, da possedere e da amare, nel tempo e nell’eternità. L’Eucarestia è Gesù bambino che ci tende le braccia dalla sua mangiatoia per offrirci e per chiedere un bacio; è Gesù che diventa nostro Sposo e che si unisce a noi in un’unione infinitamente casta ed infinitamente stretta, diventando una sola cosa con noi grazie a un miracolo di potenza e d’amore. L’Eucarestia non è soltanto la comunione, il bacio di Gesù, il matrimonio con Gesù: è anche il Tabernacolo e l’Ostensorio, Gesù presente sui nostri altari “per tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli”, vero Emmanuele, vero “Dio con noi”, che si presenta in ogni ora, in tutte le parti della terra, ai nostri sguardi, alla nostra adorazione ed al nostro amore, e che trasforma con questa presenza perpetua la notte della nostra vita in un’illuminazione deliziosa. Quanto la santa Eucarestia deve renderci teneri, buoni verso tutti gli uomini, è ugualmente chiaro: questa lingua che ha toccato Dio, dirà altre cose che parole degne della carità divina? E di qual rispetto la santa Eucarestia ci riempie verso gli altri cristiani? Quale venerazione non dobbiamo avere per tutti quelli che l’hanno ricevuta? Quale carità, quale religioso rispetto, quali cure premurose non dobbiamo avere per queste anime e questi corpi di cristiani in cui Gesù è entrato? L’Eucarestia è Dio con noi, Dio in noi. E’ Dio che si dà perennemente a noi, da amare, adorare, abbracciare e possedere. A Lui gloria, lode, onore e benedizione nei secoli dei secoli.”

Charles de Foucauld

sabato 24 marzo 2012

Lo Spirito di Dio abita in voi

Proseguiamo anche oggi con le riflessioni quaresimali tratte dal volume "Cristo, mia speranza, è risorto" di Don Giuseppe Turani:

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Il giorno del battesimo lo Spirito fa irruzione con abbondanza dando in dote al credente tutti i doni necessari per essere un vero figlio di Dio. Tra questi doni vi è il sacerdozio comune e, in forza di tale ministero, il credente celebra l'Eucarestia, offre e dona la sua vita in ogni celebrazione, porta all'altare il pane e il vino per la consacrazione, proclama la Parola. Non si può dire che l'azione eucaristica sia un "atto sacerdotale" inteso in senso strettamente ministeriale: nessuna azione liturgica è mai tale! [...]
L'Eucarestia è il sacrificio che perpetua quello della croce di Cristo, al quale la Chiesa è chiamata a partecipare a gloria del Padre e a salvezza del mondo. Al momento della preghiera eucaristica i fedeli sono chiamati a farsi offerenti e offerta su un piano spirituale. La preghiera di consacrazione insiste nella domanda che Dio accetti, gradisca il "nostro sacrificio"; questo non può essere accettato se non è espressione di fede, di carità, degli stessi sentimenti di Cristo. Il sacrificio di Cristo è reso presente nel memoriale per coinvolgere tutti i partecipanti nel suo movimento di obbedienza totale a Dio.
E' importante evidenziare che i fedeli sono invitati a offrirsi veramente: è la Chiesa che offre il sacrificio, e lo offre al Padre, ma i fedeli donano anche se stessi. L'offerta non è soltanto compito del presbitero; tutta la comunità offre se stessa al Padre nella preghiera eucaristica, con e per Cristo, per mezzo delle parole di chi presiede. L'offerta è perciò un aspetto essenziale della preghiera eucaristica. [...] Dall'offerta dei simboli eucaristici del sacrificio di Cristo all'offerta della nostra persona: ecco il percorso impegnativo cui è legata la trasformazione della nostra vita

Celebrare


[...] Gesù abolisce tutti i sacrifici perché offre se stesso quale vittima innocente e pura sulla croce, per riconciliare nel suo sangue tutta l'umanità con Dio. E' un atto supremo d'amore il suo, anticipato nell'ultima cena ed espresso nel dono del pane e del vino: mangiando e bevendo questi due alimenti, simbolo vero o sacramento della sua persona immolata sulla croce, noi partecipiamo alla piena comunione con Dio. Il sacrificio della Chiesa, che si realizza durante la celebrazione dell'Eucarestia, non consiste nel presentare pane e vino e nemmeno nell'offerta isolata di se stessi; ma siamo noi, suo popolo, che ci uniamo interiormente al sacrificio di Cristo.
E' bene chiarire i termini comunemente usati. Quando ci si riferisce al "rito dell'offertorio" si usa un termine non appropriato, in quanto l'esatta denominazione di quel momento situato dopo la preghiera dei fedeli è preparazione e presentazione del pane e del vino. [...] Il rito della preparazione dei doni non si riduce a un semplice prendere e portare i doni; se è una preparazione, deve preparare qualche cosa. Nel portare e nel porgere i doni il credente pone il suo desiderio di partecipare al sacrificio di Cristo. [...]
Giovanni Paolo II dichiara: "il celebrante, come ministro di quel sacrificio, è l'autentico sacerdote, il quale, in virtù del potere specifico conferito dalla sacra ordinazione, compie l'atto sacrificale che riporta gli uomini a Dio. Tutti coloro invece che partecipano all'Eucarestia, quantunque non compiano il sacrificio come lui, offrono con lui, in virtù del sacerdozio comune, i loro propri sacrifici spirituali, rappresentati dal pane e dal vino, sin dal momento della loro presentazione all'altare. Questo gesto liturgico, infatti, solennizzato da quasi tutte le liturgie, ha il suo valore e il suo significato spirituale. Il pane e il vino diventano, in un certo senso, segno di tutto quello che l'assemblea eucaristica porta, da sé, come dono a Dio, e offre in spirito". E' rilevante notare l'attenzione posta dal Papa al sacerdozio comune di ogni battezzato, una realtà oggi molto dimenticata a causa, forse, della paura, infondata, di svilire il significato del sacerdozio ministeriale.

Testimoniare


"Nell'ultima cena, Gesù vive il culmine della sua vicenda terrena: la massima donazione nell'amore verso il Padre e verso di noi espressa nel suo sacrificio, che egli anticipa nel Corpo donato e nel sangue versato. Quando sono stato arrestato, ho dovuto andarmene subito, a mani vuote. L'indomani mi è stato permesso di scrivere ai miei per chiedere le cose più necessarie: vestiti, dentifricio...
Ho scritto: "per favore, mandatemi un po' di vino, come medicina contro il mal di stomaco". I fedeli subito hanno capito. Mi hanno mandato una piccola bottiglia di vino per la Messa, con l'etichetta: "Medicina contro il mal di stomaco", e delle ostie nascoste in una fiaccola contro l'umidità. La polizia mi ha domandato: "Lei ha mal di stomaco? Ecco un po' di medicina per lei". Non potrò mai esprimere la mia grande gioia: ogni giorno, con tre gocce di vino e una goccia d'acqua nel palmo della mano, ho celebrato la Messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale!
Era la mia vera medicina dell'anima e del corpo. Ogni volta che avevo l'opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro. Ogni giorno, recitando le parole della consacrazione, confermavo con tutto il cuore e con tutta l'anima un nuovo patto, un patto eterno fra me e Gesù, mediante il suo sangue mescolato al mio. Erano le più belle Messe della mia vita. L'Eucarestia è diventata per me e per gli altri cristiani una presenza nascosta e incoraggiante in mezzo a tutte le difficoltà. Gesù nell'Eucarestia è stato adorato clandestinamente dai cristiani che vivevano con me, come tante volte è accaduto nei campi di prigionia del secolo XX. Nel campo di rieducazione eravamo divisi in gruppi di 50 persone; dormivamo su un letto comune, ciascuno aveva diritto a 50 cm. Siamo riusciti a far sì che ci fossero cinque cattolici con me. Alle 21.30 bisognava spegnere la luce e tutti dovevamo andare a dormire. In quel momento mi curvavo sul letto per celebrare la Messa, a memoria, e distribuivo la comunione passando la mano sotto la zanzariera. Abbiamo perfino fabbricato sacchettini con la carta dei pacchetti di sigarette, per conservare il Santissimo Sacramento e portarlo agli altri. Gesù Eucarestia era sempre con me nella tasca della camicia. Così Gesù è diventato il vero compagno nostro nel Santissimo Sacramento".

Francois Xavier Nguyen Van Thuan

sabato 17 marzo 2012

Io credo Signore!

Proseguiamo con le riflessioni quaresimali settimanali tratte dal volume "Cristo, mia speranza, è risorto!" di Don Giuseppe Turani

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Nel cuore del cammino quaresimale la Parola di Dio diventa sempre più luminosa e potente e aiuta la Chiesa  a ripercorrere la strada del percorso battesimale, per fare esperienza della vera luce che è Cristo. [...] In ogni celebrazione liturgica a noi [...] è data l'opportunità di ascoltare e conoscere Cristo. L'omelia è uno degli aspetti che favoriscono tale conoscenza. Proprio per tale ragione, il sacerdote è invitato a tenere presente i due elementi che costituiscono l'omelia: Gesù Cristo e l'oggi. Se c'è Gesù Cristo ma non l'oggi, oppure se si valorizza l'attualità ma non Gesù Cristo, l'omelia "frana". Che cosa ha da dire, oggi, la Parola di Dio, in questa situazione concreta, a chi parla e a chi ascolta? [...] E' importante offrire nella Parola un indirizzo alle inquietudini e la forza per superare ciò che ostacola il cammino.
La predicazione si fa interessante quando diventa eco di Cristo e non solo "voce" di colui che annuncia; diventa significativa quando sgorga dalla contemplazione di colui che predica, dalla sua fede e dalla sua saggezza, traducendosi in contenuto pratico; se non c'è questo, quanto viene detto non ha valore, né autorità. [...] Chi si mette in ascolto della Parola si apre all'esperienza della comunione con Cristo e la sua vita si trasforma per diventare pensiero e parola di Cristo stesso.
Sant'Agostino sottolinea: "il predicatore, prima di essere un uomo che parla, deve essere un uomo che prega... Quando si avvicina l'ora di parlare, prima di dare la parola alla propria lingua, egli eleva la sua anima assetata per far scaturire ciò che ha bevuto e versare ciò di cui è pieno".

Celebrare


Che cos'è un'omelia? Che cosa ci si aspetta da chi predica? [...]
L'omelia è uno degli elementi di quella sezione della celebrazione eucaristica il cui perno è la Parola di Dio. Ciò significa che è parte integrante della liturgia, non un atto svincolato e autonomo, tanto meno un fattore che può, per il suo contenuto e la sua durata, interrompere il flusso ordinario e coerente del linguaggio simbolico, tipico dell'esperienza sacramentale. L'omelia nasconde un senso profondo: la Chiesa ha la responsabilità di far si che l'annuncio biblico si realizzi oggi. [...]
L'omelia è una viva esposizione dei misteri della fede e delle norme di vita cristiana sulla base del testo sacro; essa non si esprime secondo regole accademiche, ne secondo il genere letterario della catechesi o dell'esortazione morale, ma si presenta come una conversazione mistagogica. Non è appannaggio del prete ma un fatto ecclesiale, che concerne il popolo di Dio guidato da Cristo. [...]
Un'omelia ordinaria dovrebbe rientrare nello spazio di dodici minuti (con un minimo di dieci e un massimo di quindici). E' meglio che la gente accolga un solo pensiero, piuttosto che si irriti per le molte parole vivendo il disagio per tutta la celebrazione. Non per niente "predica" è sinonimo di cosa noiosa e interminabile. Churchill, formidabile oratore, diceva scherzando che per parlare in pubblico occorrono tre cose: avere qualcosa da dire, saperla comunicare, portarla a termine concludendo il discorso! I contemporanei di Mazzolari affermano che nell'ascoltare le omelie di don Primo si aveva la sensazione di camminare con lui su una strada già tracciata, più attuale, senza nessuna monotonia professionale. [...]

Testimoniare

Il missionario monfortano padre Emilio Nozza ha lungamente vissuto in Africa. Giunto in Malawi, ancora giovane e dopo alcuni anni di esperienza in Madagascar, aveva difficoltà nella comprensione e nella comunicazione in lingua locale, come succede un po' a tutti i missionari. In Malawi la liturgia era celebrata in inglese ma, essendo tale idioma poco accessibile alla maggioranza, si rendeva spesso necessaria una traduzione simultanea in chichewa, idioma locale.
Durante una celebrazione, padre Emilio si trovò a commentare il capitolo 5 del Vangelo di Matteo, dal versetto 20 in poi. Arrivato al versetto 23 (Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono), con semplicità di parole e di gesti spiegò che, prima di accostarsi sull'altare per offrire pane, vino e altri doni, per poi ricevere l'Eucarestia, era necessario essere in pace con la propria coscienza e non nutrire odio o rancore verso nessuno. Lasciò quindi la parola al catechista perché traducesse in chichewa. Terminata la traduzione, fatto strano, le persone presenti alla celebrazione, una dopo l'altra, uscirono in silenzio dalla chiesa, lasciandovi solo il missionario e il catechista. Padre Emilio, guardando in volto il compagno, gli chiese: "Si può sapere cosa hai detto ai fedeli per farli scappare tutti quanti?""Il Vangelo che tu hai spiegato", rispose il catechista.
Dopo non molto tempo ecco apparire all'ingresso della chiesa una, due, tre, dieci persone... tutte quelle che erano presenti all'inizio della celebrazione. Il missionario, meravigliato e stupito, chiese il motivo di tale comportamento. Il capo villaggio prese la parola dicendo: "Alcuni giorni fa il nostro villaggio ha avuto una vivace discussione con il villaggio vicino per un problema relativo alla proprietà di un campo del quale entrambi volevamo essere proprietari e non siamo giunti a un accordo, litigando in modo violento. Dopo aver ascoltato la tua parola abbiamo capito che, prima di stare vicini a Gesù, dovevamo risolvere la questione e fare pace e così abbiamo fatto. Ora abbiamo ristabilito il rapporto e possiamo stare qui con te e con Gesù e continuare la Messa".
Padre Emilio restò profondamente edificato e toccato dalla serietà e dalla coerenza di quei cristiani che vivevano fino in fondo la Parola di Dio, mettendola in pratica.

sabato 10 marzo 2012

Sta' in silenzio davanti al Signore e spera in lui

Proseguiamo oggi con alcune riflessioni per la terza domenica di Quaresima tratte dal volume "Cristo, mia speranza, è risorto!" di Don Giuseppe Turani

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Ci sono momenti particolari dell'esistenza in cui viene donato o si cerca del tempo per stare in silenzio. Uno di questi momenti è la quaresima [...]. Siamo immersi in una vita troppo frenetica, rumorosa, fatta di tante parole. Forse siamo noi stessi che andiamo in cerca di cose da fare, di rumori e chiasso, perché abbiamo paura del silenzio, realtà che ci mette davanti a noi stessi e ci obbliga a entrare nelle profondità del nostro essere. [...] La nostra mente continuamente verbalizza e traduce ogni cosa esistenziale in parola. Si vede un fiore e lo si verbalizza, si vede un bambino e lo si verbalizza. Queste parole creano una barriera, un ostacolo che impedisce la formazione di una mente contemplativa e l'incapacità di gustare ciò che si sta contemplando. E' bene chiedersi: siamo capaci di fermarci, di fare silenzio, di ascoltare? Lasciamo penetrare in noi la Parola della verità? [...] Il card. Carlo Maria Martini afferma: "Se in principio c'era la Parola di Dio e dalla Parola di Dio, venuta tra noi, è cominciata ad avverarsi la nostra redenzione, è chiaro che, da parte nostra, all'inizio della storia personale di salvezza, ci deve essere il silenzio: il silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare. Certo, alla Parola che si manifesta dovranno poi corrispondere le nostre parole di gratitudine, di adorazione, di supplica; ma prima c'è il silenzio". [...] E' essenziale spogliarci di tutto, entrare con consapevolezza dentro di se e lasciare parlare, nel silenzio, la Presenza che abita in noi. A questo riguardo ci interpella un'espressiva immagine della tradizione indiana: "Diventa come una canna di bambù, cava, vuota dentro. Appena sarai diventato come una canna di bambù, cava, vuota dentro, le labbra divine ti si accosteranno: la canna di bambù diventa un flauto e la canzone ha inizio".

Celebrare


[...] Il silenzio è una parte, un momento proprio di ogni liturgia, così come lo sono la parola, il gesto, il canto, il movimento. Nella celebrazione dell'Eucarestia è bene rispettare il silenzio perché "durante l'atto penitenziale e dopo l'invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l'omelia, è un richiamo a meditare brevemente di ciò che si è ascoltato; dopo la comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e ringraziamento" (Praenotanda, 24). [...] A volte, purtroppo, il silenzio è disatteso perché ci si lascia prendere dalla fretta, dall'idea che è tempo perso o forse perché non se ne comprende appieno la ricchezza; si preferiscono le parole o si cede a quell'ansia che spinge a celebrare con l'orologio in mano.
Al silenzio oggettivo o rituale corrisponde il silenzio dell'assemblea e di ogni fedele. La partecipazione esterna silenziosa conduce all'adesione interiore che varia secondo i momenti. Si capisce allora come il silenzio sia una forma di partecipazione attiva: esige un'attenzione maggiore perché ci richiama a noi stessi, ci spinge a riflettere, a interiorizzare, a personalizzare ciò che si realizza comunitariamente. [...] L'aspetto principale del silenzio è permettere a Dio di parlarci e a noi di poter vivere la presenza del mistero che parla alla nostra vita, ai nostri problemi e ci riempie di gioia; lasciare che lo Spirito santo semini la saggezza e l'amore, possa agire in noi e trasformarci in creature nuove. [...]
In un'intensa e profonda poesia di Vivekananda [...] troviamo: "Siediti ai bordi dell'aurora, per te sorgerà il sole. Siediti ai bordi della notte, per te scintilleranno le stelle. Siediti ai bordi del torrente, per te canterà l'usignolo. Siediti ai bordi del silenzio, Dio ti parlerà"

Testimoniare


"La nostra missione non è forse quella di portare Dio ai poveri nelle strade? Non un Dio morto ma un Dio vivo, un Dio di amore. Più riceviamo nella nostra preghiera nel silenzio, più possiamo dare nel nostro lavoro. Il silenzio ci offre un nuovo modo di vedere le cose. Gesù è sempre lì ad aspettarci in silenzio: in questo silenzio egli ci ascolta e parla alle nostre anime. Lì noi ascoltiamo la sua voce. Il silenzio interiore è molto difficile, ma dobbiamo fare lo sforzo di pregare intensamente. In questo silenzio troviamo una nuova energia e la vera unione. La forza di Dio passa in noi, permettendoci di fare bene le cose che dobbiamo fare, di sintonizzare perfettamente i nostri pensieri con i suoi pensieri, la nostra vita con la sua vita. Le nostre parole sono inutili se non escono dalla profondità del cuore.
Sforzatevi di camminare alla presenza di Dio, di vedere Dio in ogni persona che incontrate e di vivere la vostra meditazione del mattino durante tutta la giornata. Per la strada soprattutto irradiate la gioia di appartenere a Dio, di vivere con lui e di appartenergli. Custodite quel silenzio che Gesù conservò per trent'anni a Nazareth e che continua a conservare nel tabernacolo, dove intercede per noi.
Dio ama il silenzio. Il suo linguaggio è il silenzio. Ci chiede di fare silenzio per scoprirlo. Ci parla nel silenzio del cuore. Gesù ha trascorso quaranta giorni nella solitudine e nel silenzio prima di iniziare la sua vita pubblica. Si è spesso ritirato in disparte, tutto solo, passando la notte sui monti in silenzio e nella preghiera. Colui che parlava con autorità ha passato la prima parte della sua vita nel silenzio. Nell'Eucarestia il suo silenzio è la lode del Padre più alta e autentica.
Abbiamo bisogno di silenzio per essere soli con Dio, per parlargli, per lasciare penetrare le sue parole in profondità nei nostri cuori. Abbiamo bisogno di essere soli con Dio nel silenzio, per essere rinnovati e trasformati.
Il silenzio ci permette una nuova percezione della vita. In esso veniamo colmati dalla forza di Dio, quella forza che ci permette di fare tutto con gioia. Il silenzio è il fondamento della nostra unione con Dio e fra noi.
Il frutto del silenzio è la preghiera; il frutto della preghiera è la fede; il frutto della fede è l'amore; il frutto dell'amore è il silenzio".

Madre Teresa di Calcutta

domenica 4 marzo 2012

Questi è il mio figlio prediletto. Ascoltatelo!

Inizio oggi una nuova rubrica, che ci accompagnerà per i prossimi sabati nel periodo quaresimale, in cui metterò delle riflessioni sulle varie domeniche quaresimali tratte dal libretto "Cristo, mia Speranza, è risorto!" edito lo scorso anno dalla casa editrice San Paolo e scritto da Don Giuseppe Turani (che ringrazio pubblicamente per la cortesia e per l'autorizzazione all'uso del suo libricino)

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La trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor è il segno del compimento del destino dell'uomo. Per gli apostoli presenti alla trasfigurazione l'essenziale non è tanto l'aver visto Cristo nella gloria, quanto l'aver udito dal Padre questo invito: "Ascoltatelo!"
Solo nell'ascolto si può affermare con Paolo: "per me vivere è Cristo!".
Questo è il messaggio della trasfigurazione: ascoltare Cristo, per essere come Lui. L'ascolto caratterizza l'esperienza del credente, perché il Signore parla e si fa conoscere attraverso la luce della parola
[...] Senza la Parola, l'esperienza dei credenti a cosa si riduce? Al ripetersi di un rito, che non riesce a iscriversi nel circuito della vita quotidiana. [...] La Parola accompagna il ritmo dell'esistenza e le stagioni della vita [...] Non mancano anche oggi persone che si lasciano folgorare dalla Parola di Dio dimostrando ciò che lo Spirito è in grado di fare in chi si apre seriamente all'ascolto e all'amore

Celebrare


La celebrazione dell'Eucarestia è composta dalla mensa della Parola e dalla mensa eucaristica, ma la presenza è unica: Gesù Cristo.
Il momento privilegiato dell'ascolto è la liturgia della parola. Si tratta di un momento in cui ci si pone di fronte a una presenza: si ascolta e si riceve come Parola dello stesso Dio la Parola che viene proclamata. La Costituzione Sacrosanctum Concilium attesta che egli "è presente nella sua Parola, giacchè è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura". [...]
Quali effetti produce la Parola? Per rispondere a tale interrogativo ci lasciamo aiutare da un'immagine che mette in evidenza il "circolo" della parola: essa discende, feconda, risale.
Discende: si apre una comunicazione tra Dio e il suo popolo. La parola esce "dalla bocca di Dio" e discende per raggiungere le nostre orecchie; noi le ascoltiamo e ne assimiliamo il significato: non si tratta di semplici suoni, ma di parole articolate in un linguaggio che comprendiamo
Feconda: la Parola viene deposta in noi, ci raggiunge nel cuore [...] provocando un movimento. Non si tratta di comprenderla in senso concettuale, ma di essere "toccati", provocati allo stupore, all'abbandono, alla lotta interiore e alla resistenza per la chiamata a un cambiamento di vita.
Risale: la Parola ascoltata, una volta entrata nel cuore, non si ferma: c'è anche una risalita, sia attraverso la nostra bocca che risponde, sia attraverso tutto il nostro essere che è portato ad agire in modo nuovo.
[...] La Chiesa è un popolo in ascolto di Dio che parla. In tal senso, durante la celebrazione, va in tutto favorito un atteggiamento personale di ascolto, fatto di apertura del cuore e di apertura agli altri. [...] L'ascolto non è un atto passivo, ma operativo e fecondo. La Parola di Dio accolta come un seme è destinata a crescere e a produrre molto frutto

Testimoniare


“Accompagnato da mons. Hesayne, sono andato a visitare una città simile alla nostra Cortina d’Ampezzo: si chiama Bariloche. C’è la Bariloche bene, con i grandi palazzi dei grossissimi proprietari terrieri dell’Argentina, di tutti i ras che vanno lì. E c’è la Bariloche povera, dei quartieri squallidi: in questa sono andato con due sacerdoti. E’ una cosa incredibile: quanta miseria, quanta povertà ho toccato con mano! Bambini cileni, boliviani, famiglie distrutte…
Faceva freddo, era il mese di ottobre (che là corrisponde al nostro mese di marzo) e si vedevano le montagne innevate, lo ricordo bene. Nel fango c’erano bambini a piedi scalzi, rossi per il freddo, che facevano volare i loro aquiloni. Era un tramonto limpidissimo.
Ho “catturato” un bambino con alcune caramelle e gli ho chiesto: “Dove abiti?”. Mi ha condotto in una stamberga fatta di lamiere contorte. 
Sono entrato: c’era una donna con un bambino in braccio, sudamericana, gli occhi profondissimi; aveva trentadue anni ma ne dimostrava cinquanta e aveva dodici figli. Nella casupola fatta di lamiere non c’era nulla, solo un caminetto acceso, un televisore spento e un tavolino. Ho capito che, la notte, quello diventava il loro dormitorio; forse dormivano uno sull’altro.
In quella miseria così squallida ho visto sul tavolo un libro in spagnolo: Il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Ho guardato quella donna e le ho detto: “Voi leggete il Vangelo?” 
Con un sorriso che non dimenticherò mai, mi ha risposto: “Unico consuelo por nuestra pobreza” (ricordo bene queste parole, non so se le dico bene, in spagnolo): “Il Vangelo è l’unica consolazione, l’unico sostegno per la nostra povertà”.
Quando sono uscito, i bambini continuavano a far volare i loro aquiloni: a me sembrava che avessero ritagliato gli aquiloni sulle pagine del Vangelo, per annunciare alla Bariloche dei ricchi il Vangelo della liberazione”.




Tonino Bello